
«Non c’erano sintomi che potessero far pensare a una meningite». È questa la posizione sostenuta dai tre medici imputati per omicidio colposo nel processo per la morte di Valeria Fioravanti, la giovane di 27 anni deceduta dopo essere stata visitata in diverse strutture ospedaliere di Roma. La ragazza soffriva di una meningite, ma durante i precedenti accessi al pronto soccorso i suoi disturbi erano stati ricondotti ad altre condizioni, tra cui una cefalea.
Nel corso dell’udienza di oggi, martedì 3 novembre, i sanitari hanno risposto alle domande del pubblico ministero e degli avvocati, ricostruendo le valutazioni effettuate durante le visite. Le loro dichiarazioni hanno provocato la dura reazione dei familiari della giovane, presenti in aula.
«La causa della morte di Valeria è stata la superficialità dei medici, non hanno approfondito», ha dichiarato la madre al termine dell’udienza, contestando la ricostruzione fornita dagli imputati.
I tre medici accusati di omicidio colposo: cosa è successo in ospedale
Al centro del procedimento ci sono le visite effettuate da Valeria Fioravanti prima della sua morte.
Gli imputati sono tre medici, uno in servizio al Policlinico Casilino e due all’ospedale San Giovanni di Roma.
La Procura contesta loro, a vario titolo, di non aver effettuato una valutazione neurologica sufficientemente approfondita, che avrebbe potuto contribuire a individuare la gravità delle condizioni della paziente.
Durante l’udienza, tuttavia, tutti e tre hanno sostenuto che il quadro clinico osservato non presentasse segnali tali da far sospettare una meningite.
Il medico del Policlinico Casilino ha spiegato che la giovane lamentava mal di testa e febbre, ma che le sue condizioni sarebbero migliorate dopo la somministrazione di farmaci antidolorifici.
«Aveva cefalea e febbre, aspettammo il referto della tac e diedi una terapia analgesica: alle 19 era in miglioramento. E io classificai il caso come cefalea, non c’erano altri segnali», ha dichiarato.
Secondo la sua ricostruzione, dunque, non sarebbero emersi elementi clinici sufficienti a indirizzare gli accertamenti verso una possibile infezione delle meningi.
Le dichiarazioni dei medici del San Giovanni: «Non c’erano campanelli d’allarme»
Anche i due sanitari dell’ospedale San Giovanni hanno respinto l’ipotesi di aver trascurato sintomi evidenti.
Il primo ha raccontato di aver sottoposto Valeria a una tac lombare, dopo che la ragazza aveva riferito dolori alla schiena e una cefalea particolarmente intensa.
«Aveva parlato di lombalgia e cefalea che non la faceva dormire. Ma non c’erano sintomi che facessero pensare a una meningite, come deficit o alterazioni cognitive», ha spiegato.
Il secondo medico ha invece fatto riferimento alle informazioni contenute nella cartella clinica, sostenendo che la paziente avesse manifestato un miglioramento.
«Ho visto la cartella clinica, diceva di stare meglio: il quadro clinico non richiedeva ulteriori esami».
Le dichiarazioni degli imputati rappresentano la loro ricostruzione dei fatti, che dovrà essere valutata dal tribunale insieme alla documentazione sanitaria e agli altri elementi acquisiti nel processo.
La madre di Valeria: «Aveva lo sguardo assente, non riusciva ad allacciarsi le scarpe»
Di tutt’altro tenore il racconto della famiglia della giovane.
La madre di Valeria Fioravanti, presente in aula, ha contestato duramente le dichiarazioni dei sanitari, sostenendo che le condizioni della figlia fossero visibilmente gravi e che non ci fosse stato alcun reale miglioramento.
«Avrebbero dovuto approfondire. Aveva lo sguardo assente, si lamentava sempre. Non riusciva neanche ad allacciarsi le scarpe», ha raccontato.
La donna ha poi descritto le difficoltà incontrate dalla famiglia per accompagnare Valeria in ospedale durante l’ultimo accesso.
«Per l’ultimo accesso in ospedale mia figlia l’abbiamo dovuta caricare noi in auto e sdraiarla».
Secondo la madre, i trattamenti ricevuti non avevano prodotto i miglioramenti descritti dai medici.
«Non c’erano miglioramenti nonostante le terapie: oggi ho sentito menzogne», ha concluso.
Parole che esprimono la sofferenza dei familiari e la loro convinzione che i sintomi della giovane non siano stati adeguatamente valutati.
Il padre: «Dicevano che stava bene, ma dopo tre giorni è morta»
Anche il padre di Valeria ha preso posizione dopo aver ascoltato le dichiarazioni degli imputati.
«Secondo i loro racconti stava bene. Ma dopo tre giorni è morta», ha affermato, sottolineando il contrasto tra il miglioramento riferito dai sanitari e il successivo aggravamento delle condizioni della figlia.
L’uomo ha poi ricordato l’ultimo accesso in ospedale, quando finalmente sarebbe stata riconosciuta la gravità della situazione.
«Un medico ha capito della gravità della situazione soltanto l’ultima volta che siamo andati in ospedale e le ha fatto un’iniezione lombare. Ma era troppo tardi».
Il racconto dei genitori pone al centro del processo una questione decisiva: stabilire se, durante le precedenti visite, fossero già presenti segnali clinici che avrebbero richiesto ulteriori accertamenti.
Il processo per la morte di Valeria Fioravanti: cosa deve accertare il tribunale
Il procedimento dovrà chiarire se i medici abbiano rispettato le procedure e gli standard di assistenza previsti per una paziente con i sintomi manifestati da Valeria Fioravanti.
La valutazione riguarderà anche l’eventuale rapporto tra le condotte contestate e il decesso della giovane: non sarà sufficiente accertare un possibile errore diagnostico, ma occorrerà verificare se eventuali omissioni abbiano avuto un ruolo causale nella morte.
Per la Procura, i tre sanitari avrebbero dovuto approfondire il quadro neurologico. Gli imputati, invece, sostengono che durante le visite non fossero emersi elementi tali da far sospettare una meningite.
Due ricostruzioni profondamente diverse, alle quali si aggiunge quella dei familiari, convinti che la gravità delle condizioni di Valeria fosse evidente.
Sarà il tribunale a stabilire se vi siano state responsabilità penali. Intanto, la famiglia continua a chiedere che venga fatta piena luce sulle circostanze che hanno preceduto la morte della ragazza, avvenuta a soli 27 anni.


