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Casa Bianca nel caos. Vance: «Sconfitti per colpa della guerra». Il figlio di Trump: ha ragione. Ma Donald ribatte: «Lo rifarei»

Pubblicato: 05/11/2026 08:18

La sconfitta elettorale apre una crepa sempre più evidente ai vertici dell’amministrazione americana. Dopo la batosta alle elezioni di midterm, mentre Donald Trump cerca di ridimensionare il risultato e respinge ogni responsabilità personale, arriva una presa di posizione destinata a far discutere. JD Vance punta il dito contro la guerra in Iran e individua proprio nel conflitto una delle ragioni principali della débâcle repubblicana. Una dichiarazione che rompe la linea difensiva della Casa Bianca e riaccende le tensioni all’interno del partito.

A rendere ancora più significativo l’episodio è la reazione di Donald Trump Jr., figlio del presidente, che condivide sui social il messaggio del vicepresidente. Un rilancio tutt’altro che neutrale, soprattutto perché entrambi si erano mostrati contrari alla guerra. Mentre Trump continua a rivendicare la propria popolarità e assicura che avrebbe vinto se fosse stato direttamente sulla scheda elettorale, nel suo stesso campo emergono posizioni sempre più distanti. E il voto rischia di trasformarsi in un regolamento di conti interno.

Nella notte elettorale Trump aveva già provato a prendere le distanze dal risultato, intervenendo a lungo al telefono con Fox News. «Non c’ero io sulla scheda», aveva osservato, negando di considerare il verdetto delle urne una sconfitta personale. Il giorno successivo ha ribadito il concetto davanti ai giornalisti, durante una visita al cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca. Dopo aver parlato per circa venti minuti del progetto, senza affrontare direttamente la debacle repubblicana, ha risposto alle domande sul voto con una certezza: «Se ci fossi stato io sulla scheda avrei vinto».

Il presidente ha riconosciuto che il suo consenso non si è tradotto in altrettanti voti per i candidati repubblicani: «Tanti americani mi amano», ha sostenuto, aggiungendo però che «non siamo riusciti a trasferire quell’amore ai candidati». Una lettura che non convince tutti nel partito. Il governatore della Florida Ron DeSantis ha descritto la sconfitta come un evento «vicino al livello di estinzione per i repubblicani in tutto il Paese», avvertendo delle possibili conseguenze politiche per oltre un decennio. Anche in Florida, dove i repubblicani hanno conquistato le principali competizioni statali, i risultati sono stati inferiori alle aspettative.

A rompere gli indugi è soprattutto JD Vance, che sui social ha indicato senza troppi giri di parole il peso del conflitto: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra». Il vicepresidente ha riconosciuto che una parte significativa dell’elettorato repubblicano non condivide più la priorità assegnata all’intervento militare in Iran. Molti elettori, ha spiegato, sono andati alle urne sostenendo i democratici perché chiedono di mettere fine alla guerra e di riportare al centro dell’agenda politica le questioni economiche, a partire dal costo della vita e dall’inflazione.

Nel suo intervento Vance ha allargato la riflessione anche alla politica estera e al rapporto con Israele, sostenendo che una parte della base conservatrice chiede un cambiamento di direzione. Poi si è rivolto direttamente a chi, all’interno del movimento, aveva già manifestato contrarietà al conflitto: «A queste persone furiose che vogliono dirci: “Ve l’avevo detto”, rispondo che avete ragione, ce l’avevate detto». Un’ammissione significativa, accompagnata dall’invito a utilizzare quella rabbia per eleggere rappresentanti repubblicani più vicini alla loro visione del mondo e alla linea America First.

Le parole del vicepresidente avrebbero sorpreso e irritato alcuni consiglieri di Trump, secondo quanto riferito dai media americani. Ma il segnale politicamente più interessante arriva proprio da Donald Trump Jr., che ha rilanciato il messaggio di Vance sui social. Una condivisione che assume un peso particolare alla luce della contrarietà manifestata da entrambi nei confronti della guerra. Il dissenso, dunque, non sembra limitarsi a qualche voce isolata: il dibattito sul conflitto sta diventando un terreno di confronto anche tra figure centrali del mondo conservatore.

Per Vance, la questione ha anche una prospettiva che guarda direttamente al 2028 e alla possibile corsa per la Casa Bianca. Prendere le distanze da una guerra impopolare tra una parte degli elettori repubblicani può diventare un passaggio importante per consolidare la propria posizione politica. Trump, tuttavia, non sembra intenzionato a modificare la strategia militare. Interpellato sulle dichiarazioni del vicepresidente, il presidente ha risposto: «Penso che fosse buono», evitando lo scontro diretto. Ha inoltre difeso il segretario alla Difesa Pete Hegseth, escludendo di volerlo sostituire: «Credo che stia facendo un ottimo lavoro».

Infine, Trump ha ribadito la propria convinzione sulla necessità dell’intervento militare: «La cosa in Iran la dovevamo fare e continueremo a farla… Non potevano avere un’arma nucleare». Due posizioni che convivono, almeno per ora, all’interno della stessa amministrazione: da una parte il presidente, deciso a proseguire il conflitto, dall’altra un vicepresidente che ne sottolinea il costo elettorale e il malcontento nella base. Dopo la sconfitta alle midterm, la partita repubblicana non si gioca più soltanto contro i democratici. La guerra in Iran rischia di diventare il primo grande terreno di scontro per il futuro del movimento di Trump.

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