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«Lista stupri» al liceo Giulio Cesare, parla una delle studentesse: “Come l’abbiamo scoperto”

Pubblicato: 29/11/2025 13:04

Una scritta sul muro di un bagno scolastico. Due parole che gelano il sangue: «Lista stupri». Poi una serie di nomi e cognomi, una decina in tutto, quasi tutte studentesse. Il caso esplode al liceo classico Giulio Cesare di Roma, uno degli istituti più noti della Capitale, e porta con sé un’ondata di indignazione, paura e richieste di punizioni severe.

A scoprire il graffito è stato uno studente, che lo ha fotografato per documentarlo e poi cancellato, disgustato. Una delle ragazze citate nella lista ha raccontato al Corriere della Sera la reazione sua e delle compagne: «Un mio compagno l’ha vista e ci ha avvertite. L’ha cancellata subito, schifato». Secondo la studentessa, i nomi non sono casuali: «Siamo persone attive nei collettivi, nella rappresentanza studentesca, e io stessa mi batto da sempre contro la violenza sulle donne».

La tempistica, due giorni dopo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, rende l’episodio ancora più grave: «Sa di scherno», dice la ragazza. E ricorda che già l’anno scorso, nella stessa ricorrenza, erano stati bruciati i cartelloni creati dagli studenti.

Sull’autore della scritta regna incertezza: «Circolano ipotesi, ma nessuna certezza. Mi immagino qualcuno che scrive, con un gruppo che incita», osserva la ragazza. E sulla punizione non ha dubbi: «Sospensione o espulsione. Non possiamo sottovalutare un gesto così: chi scrive una cosa del genere potrebbe fare altro».

La dirigente scolastica, Paola Senesi, ha diffuso una circolare durissima: il liceo condanna «qualsiasi forma di violenza di genere, fisica, verbale, psicologica o digitale», ribadendo che il Giulio Cesare «non è aperto alla violenza» né vuole essere «ricettacolo d’intolleranza». La scuola assicura sostegno alle studentesse coinvolte e si impegna a proseguire nelle attività formative per diffondere i valori costituzionali e il rispetto reciproco.

Un episodio inquietante, che mostra quanto lavoro resti ancora da fare — anche tra i più giovani — per costruire una cultura libera da misoginia, intimidazione e odio.

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