
SANTIAGO DEL CILE. Il Cile cambia rotta in modo netto e senza ambiguità. José Antonio Kast è il nuovo presidente della Repubblica, eletto con il 59,83% dei voti contro il 40,17% della candidata di sinistra Jeannette Jara. Un margine ampio, schiacciante, che segna una frattura profonda nella storia politica del Paese e chiude l’era progressista aperta con Gabriel Boric. Per la prima volta dal ritorno alla democrazia, l’ultradestra conquista il potere in Cile, e lo fa con quella che i primi conteggi indicano come la percentuale più alta mai ottenuta da un presidente cileno.
Il risultato consegna a Kast una legittimazione forte, costruita su una campagna centrata su sicurezza, immigrazione e ordine, temi che hanno intercettato paure e tensioni cresciute negli ultimi anni. A 59 anni, leader del Partido Republicano, Kast ha saputo trasformare una figura a lungo percepita come marginale in un punto di riferimento per una parte consistente dell’elettorato, presentandosi come alternativa radicale al ciclo politico precedente.
La campagna, i migranti e la paura come leva
Nelle settimane che hanno preceduto il voto, la linea sull’immigrazione irregolare è diventata il cuore del messaggio politico di Kast. La frase ripetuta come un conto alla rovescia — “vi rimangono 100 giorni per andarvene dal Cile” — ha avuto un impatto concreto e immediato. Migliaia di persone hanno lasciato il Paese dirigendosi verso il Perù, tanto da spingere Lima a dichiarare lo stato d’emergenza nelle zone di confine. Un clima teso, che ha accompagnato l’intera fase finale della campagna e che ha contribuito a polarizzare l’opinione pubblica.
Al momento del voto, nel seggio di Paine, Kast ha scelto toni istituzionali, parlando di una “giornata dei cittadini” e promettendo di governare per tutti. Ma la sua figura resta fortemente divisiva, sia per le posizioni sui diritti umani, sia per il rapporto mai rinnegato con l’eredità del pinochettismo, tema che continua a pesare nel dibattito pubblico cileno.
Dal passato pinochettista al presente politico
Il profilo di José Antonio Kast è da anni al centro delle polemiche. Proveniente da una famiglia di origine tedesca arrivata in Cile dopo la Seconda guerra mondiale, con un padre legato al partito nazista, Kast ha costruito la propria carriera nella destra cilena tradizionale prima di fondare, nel 2019, il suo movimento politico. Il legame familiare con la stagione della dittatura resta uno degli elementi più controversi della sua ascesa, anche per il ruolo svolto dal fratello Miguel Kast durante il regime di Augusto Pinochet, come ministro ed economista di primo piano.
Dopo le sconfitte del 2017 e del 2021, quando aveva perso il ballottaggio proprio contro Boric, Kast ha scelto in questa campagna di moderare i toni, cercando i voti del centro senza rinunciare alla propria identità politica. Una strategia che ha funzionato, trasformando un leader percepito come estremo nel vincitore di un’elezione segnata da una affluenza record, favorita anche dal ritorno del voto obbligatorio.
La giornata elettorale non è stata priva di tensioni. Un allarme bomba in un seggio di Valparaíso e l’invio irregolare di un messaggio politico da parte della compagnia Lipigas hanno alimentato polemiche e sospetti. Ma i seggi si sono chiusi regolarmente alle 18 e il verdetto delle urne è apparso subito chiaro. Il Cile entra ora in una nuova fase, con un presidente che promette discontinuità e che dovrà misurarsi, fin dai primi mesi, con un Paese profondamente diviso.


