La riapertura del caso Garlasco rimette al centro uno dei delitti più discussi della cronaca italiana e riapre interrogativi che sembravano chiusi da anni. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, torna sotto la lente degli inquirenti, con nuovi accertamenti su atti, reperti e valutazioni che per lungo tempo erano stati considerati definitivi.
Il nuovo impulso investigativo nasce dall’esigenza di fare chiarezza su aspetti rimasti in ombra e su passaggi ancora pieni di zone grigie. La Procura di Pavia ha deciso di approfondire il materiale raccolto sulla scena del crimine, anche alla luce di nuove perizie e consulenze che potrebbero offrire una lettura diversa rispetto a quella cristallizzata nelle sentenze passate.
Nuove verifiche a Garlasco e casa di via Pascoli di nuovo al centro
In questo quadro, la riapertura dell’inchiesta non è un semplice atto formale, ma segna un cambio di passo importante. L’attenzione torna a concentrarsi sui dettagli della casa di via Pascoli a Garlasco: oggetti, tracce, dinamiche che continuano a sollevare dubbi e che alimentano l’idea che il percorso giudiziario seguito finora non abbia chiarito tutto.
Il bagno come scena chiave e i nuovi rilievi genetico-forensi
Tra gli elementi al centro delle nuove indagini sul delitto di Garlasco ci sono quei capelli senza nome trovati in uno degli ambienti chiave: il bagno dell’abitazione di Chiara Poggi. Un ambiente che, agli occhi degli inquirenti, somiglia sempre più a uno scrigno pieno di misteri ancora da decifrare.
Capelli sul tappetino e limiti delle analisi del Dna
Nella relazione genetico-forense redatta dalla perita Denise Albani per l’incidente probatorio di Pavia si descrivono le operazioni svolte lo scorso 4 luglio, quando tutti i reperti sono stati nuovamente ispezionati e sottoposti a prelievo. Sul residuo di tappetino del bagno sono state rinvenute “tre presunte formazioni pilifere” (indicate come tracce 114436, 114437, 114438). Un’altra formazione pilifera è rimasta invece sulla garza utilizzata come tampone orale durante l’autopsia.
A questo punto, però, gli accertamenti si fermano. All’osservazione con il microscopio elettronico, infatti, i reperti “risultavano non possedere le caratteristiche idonee per la ricerca di Dna nucleare umano, pertanto non venivano sottoposte ad alcun accertamento biologico secondo Metodo interno accreditato”. Un limite tecnico che impedisce di dare un nome a quei capelli, lasciando aperta una pista potenzialmente importante.
Impronte insanguinate e il nodo delle scarpe
Fin dai sopralluoghi del Ris, effettuati tra il 16 e il 20 agosto 2007, erano state individuate sette impronte visibili di suole insanguinate lunghe 27 centimetri: quattro nel corridoio, una tra la cantina e il bagno, le altre nei pressi e sopra il tappeto del bagno. Quelle orme sono poi state associate a un modello di scarpe Frau numero 42, mai ritrovate ma entrate a pieno titolo nell’impianto accusatorio nei confronti di Alberto Stasi.
Il giorno del delitto, quel lunedì 13 agosto 2007, Stasi indossava un paio di scarpe Lacoste taglia 41. Le Frau sequestrate successivamente nella sua abitazione erano invece invernali e taglia 43. Un dettaglio che è stato a lungo al centro delle ricostruzioni processuali e che torna a essere rilevante nel quadro delle nuove valutazioni investigative.
Il lavandino del bagno e quei quattro capelli mai analizzati
Nel lavandino del bagno spuntano un altro elemento chiave e un’altra ombra: quattro capelli “lunghi neri” mai repertati e analizzati, attribuiti dalle sentenze alla vittima, recisi dalla violenza dei colpi inferti. Per i carabinieri di Milano, nella relazione del 7 luglio 2020 indirizzata alla Procura di Pavia, quei capelli sarebbero di un colore “diametralmente opposto” a quello di Alberto Stasi.
Nella stessa relazione si legge che quei capelli “dimostrano chiaramente che il lavandino non è mai stato pulito dal sangue. In caso contrario, i capelli sarebbero stati trascinati via”. È un passaggio cruciale, perché tra gli elementi a carico di Stasi figurano le due impronte impresse sul dispenser del sapone liquido, che secondo l’accusa sarebbero state lasciate dall’assassino lavandosi le mani e ripulendo il lavandino.
I 36 capelli repertati e il nuovo reperto emerso dalla spazzatura
Fino all’apertura dell’inchiesta di oggi, che vede Andrea Sempio indagato per la seconda volta per l’omicidio di Chiara Poggi, i capelli repertati sulla scena del crimine erano 36: un ciuffo di 29 trovato in una pozza di sangue e altri 7 tra le dita della vittima. Si tratta di capelli lunghi tra i 2,5 e i 18 centimetri.
Dall’unico provvisto di bulbo è stato possibile estrarre il Dna nucleare, attribuito a Chiara, mentre da altri 17 è stato estratto il Dna mitocondriale, anch’esso ritenuto compatibile con la vittima. Nel corso delle nuove indagini è emerso inaspettatamente, dal sacco azzurro della spazzatura di casa Poggi, un capello lungo 3 centimetri di cui si ignorava l’esistenza. Un dettaglio che aggiunge un ulteriore tassello a un mosaico investigativo ancora lontano dall’essere ricomposto.


