
Un caso giudiziario che, a distanza di anni, continua a dividere, interrogare e inquietare. Il delitto di Garlasco torna prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica dopo la diffusione di nuove indiscrezioni investigative che, secondo alcune ricostruzioni, potrebbero riaprire scenari già cristallizzati da una sentenza definitiva. È in questo clima, carico di tensione mediatica e aspettative contrastanti, che si inserisce l’intervento durissimo della criminologa Roberta Bruzzone, che ha scelto di prendere posizione pubblicamente sulle ultime notizie riguardanti una presunta nuova impronta rinvenuta nella villetta dove fu uccisa Chiara Poggi.
Le sue parole non sono solo un commento tecnico, ma una vera e propria denuncia di metodo. Un richiamo netto al rispetto della scienza forense, dei dati oggettivi e dei limiti invalicabili dell’interpretazione investigativa. Un allarme che, secondo la criminologa, riguarda non solo questo procedimento, ma il modo stesso in cui l’opinione pubblica viene informata su vicende giudiziarie di enorme impatto emotivo.
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La nuova impronta e i dubbi sulla scena del crimine
Al centro delle polemiche c’è la notizia di una presunta impronta di scarpa insanguinata, individuata sul gradino più alto della scala della villetta di Garlasco, luogo in cui venne ritrovato il corpo senza vita di Chiara Poggi il 13 agosto 2007. Secondo quanto trapelato, questa traccia sarebbe compatibile con la cosiddetta “traccia 33”, già nota agli atti e attribuita dagli inquirenti ad Andrea Sempio, oggi indagato per concorso nell’omicidio insieme ad altri o con Alberto Stasi, unico condannato in via definitiva.
Roberta Bruzzone, però, respinge con decisione questa lettura. La criminologa sottolinea come quella traccia «non possa essere un’orma», né per aspetto né per dinamica di calpestio. All’interno dell’area evidenziata, spiega, sarebbero presenti altre tracce ematiche rimaste intatte, un elemento che renderebbe incompatibile l’ipotesi di un passaggio umano. Secondo l’esperta, si tratterebbe piuttosto di una forma ematica dovuta alla movimentazione del corpo, non di un’impronta lasciata da un aggressore.

La critica al metodo investigativo
La preoccupazione espressa da Bruzzone va oltre il singolo reperto. Il nodo centrale, secondo la criminologa, è il metodo. «Se vale tutto, alla fine non vale più niente», afferma, mettendo in discussione l’uso di interpretazioni forzate che rischiano di svuotare di significato la prova scientifica. Un passaggio particolarmente critico riguarda il collegamento tra la presunta impronta e la traccia 33, che – ricorda – non contiene minuzie, non presenta sangue e non consente un’attribuzione certa.
Anche sul fronte del DNA, la posizione è netta. Bruzzone richiama quanto già affermato dalla perita Albani, secondo cui il dato genetico emerso non avrebbe alcuna rilevanza scientifica, potendo essere il risultato di un effetto stocastico, cioè un artefatto del macchinario. In assenza di una ripetizione identica del risultato, spiega, quel dato non è utilizzabile né sul piano tecnico né su quello giudiziario.
Il giudicato e l’ipotesi del concorso
Uno dei punti più delicati sollevati dalla criminologa riguarda la coerenza giuridica dell’attuale inchiesta. Il giudicato definitivo, ricorda Bruzzone, parla di un omicidio commesso da un solo soggetto. Mettere oggi in campo un’ipotesi di concorso, senza passare per lo strumento previsto dall’ordinamento – la revisione del processo – rappresenterebbe, a suo avviso, una forzatura pericolosa.
Secondo l’esperta, non esiste ad oggi «uno straccio di elemento» in grado di modificare la lettura su cui si fonda la condanna di Alberto Stasi. Una lettura che, sottolinea, si basa sull’assenza di tracce compatibili con il racconto fornito dall’imputato e sulla ricostruzione dei movimenti all’interno della villetta, così come cristallizzati nelle sentenze.

Il rischio di manipolare l’opinione pubblica
Oltre agli aspetti tecnici e giuridici, Bruzzone lancia un monito sul piano sociale. La diffusione di ricostruzioni non supportate da solide basi scientifiche rischia, secondo lei, di manipolare l’opinione pubblica, alimentando narrazioni fuorvianti e polarizzazioni pericolose. In particolare, la criminologa denuncia una sorta di “beatificazione” di Stasi che, a suo dire, sta generando anche forme di ostilità verso chi continua a richiamare i dati oggettivi.
Uno scenario che rende il caso Garlasco non solo una vicenda giudiziaria ancora controversa, ma anche un banco di prova per il rapporto tra informazione, giustizia e scienza. Un equilibrio fragile che, come emerge dalle parole di Roberta Bruzzone, rischia di spezzarsi se l’analisi tecnica viene sacrificata alla ricerca di una nuova narrazione.


