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Il calciatore libico Alaa Faraj condannato a 30 anni per strage come scafista: graziato da Mattarella

Pubblicato: 23/12/2025 09:35

Dopo quasi dieci anni trascorsi tra carcere e aule di tribunale, la vicenda giudiziaria di Abdelkarim Alla F. Hamad, conosciuto come Alaa Faraj, conosce un punto di svolta. Con un decreto firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al giovane di origine libica è stata concessa la grazia parziale, che estingue una parte della pena residua ancora da scontare. Un atto che chiude una delle storie più controverse legate alle tragedie dell’immigrazione nel Mediterraneo e che riaccende il dibattito sul rapporto tra giustizia, responsabilità individuale e contesti estremi.
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Alaa Faraj era arrivato a Lampedusa nel 2015, poco più che minorenne, come uno dei 313 sopravvissuti a una traversata conclusasi con la morte di 49 persone, asfissiate nella stiva di un barcone partito dalla Libia. Quel viaggio, segnato da condizioni disumane, è diventato il centro di una lunga e complessa vicenda processuale che ha portato alla condanna di otto imputati per omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Tra loro, anche Alaa, condannato a una pena complessiva di trenta anni di reclusione.

La decisione del Quirinale e il percorso in carcere

Nel concedere la grazia parziale, il Capo dello Stato ha tenuto conto di una serie di elementi formali e sostanziali. A pesare sono stati il parere favorevole del ministro della Giustizia, la giovane età dell’imputato al momento dei fatti e il lungo periodo di detenzione già scontato, oltre dieci anni, durante il quale Alaa ha dimostrato un percorso di recupero giudicato positivo. Un contesto, quello della traversata e della detenzione, definito “particolarmente complesso e drammatico”, che aveva già indotto la Corte d’appello di Messina a riflettere sulla distanza tra la pena inflitta e la reale dimensione della colpevolezza.

Nonostante le ripetute iniziative legali, la strada della revisione del processo si era chiusa pochi mesi fa, quando la Corte di cassazione aveva rigettato l’istanza presentata dalla difesa. Una decisione che aveva suscitato nuove prese di posizione da parte di associazioni, attivisti e figure del mondo ecclesiale, convinte che il caso meritasse un supplemento di riflessione sul piano della giustizia sostanziale.

Un caso simbolo tra memoria e dibattito pubblico

La storia di quella strage è rimasta impressa anche nella memoria collettiva grazie al documentario “Fuocammare” di Gianfranco Rosi, che ha contribuito a raccontare l’impatto umano delle migrazioni sull’isola di Lampedusa. Negli anni, la vicenda di Alaa Faraj è diventata emblematica per chi denuncia un impianto accusatorio fondato su testimonianze raccolte subito dopo lo sbarco, in una condizione di forte shock psicologico.

Secondo chi lo ha sostenuto, Alaa non era uno scafista ma un giovane con il sogno di studiare e giocare a calcio, costretto a pagare i trafficanti in assenza di canali legali di ingresso. Una narrazione che ha alimentato iniziative pubbliche, libri e incontri, trasformando il suo nome in un simbolo di una giustizia ritenuta da molti sproporzionata rispetto ai fatti.

La fine della detenzione e un nuovo inizio

Con la grazia concessa da Mattarella, Abdelkarim Alla F. Hamad esce finalmente dal carcere, dove era rinchiuso dall’agosto del 2015. La misura non cancella la condanna, ma ne riduce gli effetti, restituendo al giovane la possibilità di ricominciare a vivere fuori dalle sbarre. Un passaggio che viene letto da chi lo ha sostenuto come il riconoscimento di un percorso umano prima ancora che giudiziario.

La notizia ha attraversato il mondo carcerario e quello dell’associazionismo come un segnale di speranza, capace di riaccendere una riflessione più ampia sul sistema penale e sulle responsabilità attribuite a chi, in condizioni estreme, si trova coinvolto in tragedie collettive. Per Alaa Faraj si chiude così una lunga stagione di detenzione, mentre resta aperto, nel dibattito pubblico, il nodo irrisolto di come lo Stato debba giudicare le vite spezzate e i sopravvissuti delle rotte migratorie.

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