
Lino Banfi si è concesso a una narrazione profonda e senza filtri durante l’ultima puntata di Ciao Maschio, il programma condotto da Nunzia De Girolamo su Rai 1. L’attore pugliese ha attraversato i decenni della sua esistenza intrecciando ironia e malinconia, partendo dalle radici a Canosa di Puglia per arrivare ai successi cinematografici, senza mai dimenticare il pilastro fondamentale della sua vita: l’amore per la moglie Lucia.
Il coraggio tra le macerie
La memoria di Banfi è tornata ai tempi della seconda guerra mondiale, quando era solo un bambino di sette o otto anni. In quel periodo drammatico, segnato dal suono cupo delle sirene e dalla fuga precipitosa verso i rifugi antiaerei, emerse per la prima volta la sua vocazione al sorriso. Su suggerimento del nonno, il piccolo Pasquale portava sempre con sé un pupazzo. Attraverso quel giocattolo, riusciva a intrattenere i coetanei, trasformando la paura dei bombardamenti in un momento di distrazione collettiva. Far ridere gli altri era già allora la sua missione, una capacità innata che serviva a mantenere la calma nel buio dei ricoveri. Oggi, guardando indietro a quasi novant’anni, l’attore si interroga però con tenerezza su chi, in tutto questo tempo, abbia avuto il compito inverso di far ridere lui.
Il miracolo del Natale napoletano
Uno dei momenti più toccanti del racconto riguarda il Natale dei suoi diciotto anni, trascorso in una Napoli povera e gelida. All’epoca, Banfi inseguiva il sogno della recitazione ma si trovava in condizioni di estrema indigenza, senza denaro e senza un tetto sopra la testa. Mentre vagava smarrito nei pressi della stazione, l’incontro con un uomo di nome Ciro cambiò il corso della sua vita. Quello sconosciuto, vedendolo in difficoltà, lo invitò nella sua umile casa affollata di bambini, offrendogli cibo e il calore di una famiglia. Banfi ha rivelato di aver cercato quell’uomo per anni, una volta raggiunta la celebrità, con il desiderio di sdebitarsi. Tuttavia, la ricerca non diede frutti e un cardinale suo amico gli suggerì una spiegazione spirituale: Ciro era un angelo apparso per salvarlo in un momento di disperazione.
La gestione del desiderio e del set
Passando alla carriera nel cinema, Banfi ha affrontato il tema della trasgressione e della furbizia che lo hanno sempre contraddistinto. Ha ricordato con simpatia l’atmosfera dei set dei suoi film più famosi, citando un episodio particolare con la bellissima Edwige Fenech. Nonostante le indicazioni dei registi, che lo spingevano a essere più audace nelle scene di contatto fisico, l’attore manteneva sempre un atteggiamento di estrema delicatezza e rispetto. Quella che lui definisce la sua trasgressione non era altro che un approccio garbato, quasi timido, che colpiva le sue colleghe per la sua rarità in un ambiente spesso spregiudicato. La sua condotta era dettata da una saggezza popolare che gli suggeriva di non eccedere mai oltre il limite del buon gusto.
Il culmine dell’intervista è arrivato con una confessione inedita riguardante la sua vita privata e il rapporto con la fedeltà. Banfi ha ammesso con onestà di non essere stato un santo, ma ha spiegato come il pensiero della moglie Lucia fosse il suo freno naturale contro ogni possibile sbandata. Ogni volta che balenava l’idea di una trasgressione, il paragone con l’intimità costruita negli anni con Lucia rendeva inutile qualsiasi altra distrazione. La sua furbizia, come lui stesso l’ha definita, consisteva nel capire che nessun incontro fugace avrebbe potuto eguagliare il valore di una vita intera condivisa. La riflessione finale, carica di umanità, sottolinea che la vera complicità risiede nel preferire l’imperfezione di un atto vissuto insieme rispetto a qualsiasi avventura esterna, suggellando così un patto d’amore che ha sfidato il tempo.


