
Fino al 6 gennaio “Supereroi. Estetica dell’ordinario” è in mostra a Todi, negli spazi della Sala del Torcularium. Dopo Roma, il progetto fotografico di Piergiorgio Pirrone incontra un luogo denso di storia, offrendo nuove possibilità di lettura a un immaginario che intreccia cultura pop, quotidianità e sguardo umano. Nell’intervista concessa a The Social Post, Pirrone, fotografo di fama internazionale, racconta il senso di questo recente approdo, la scelta di un linguaggio volutamente artigianale in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale e il percorso di un progetto che dice molto del nostro presente.

D: Dopo Roma, la tua mostra arriva a Todi, in uno spazio affascinante come la Sala del Torcularium. Che effetto ti fa vedere “Supereroi: Estetica dell’ordinario” dialogare con un luogo così carico di storia?
R: Siamo nella culla della città di Todi, nel luogo dove, secondo la tradizione, tutto ha avuto origine. Esporre tra queste mura è per me un onore enorme. È uno spazio “magico”, non solo per la sua storia, ma anche per la sua bellezza: un contesto che amplifica il senso del mio lavoro e lo rende ancora più emozionante.
D: Nei tuoi scatti i supereroi smettono l’armatura dell’invincibilità e mostrano fragilità, dubbi, tenerezze. Perché secondo te questo sguardo sull’umano colpisce così tanto oggi, in un’epoca in cui tutti proviamo a sembrare perfetti?
R: La mancanza di perfezione, che appartiene a ogni essere umano, è ciò che amo indagare. Mi confronto quotidianamente con la fragilità delle persone, compresa la mia. La natura umana, con tutte le sue sfaccettature, è la mia principale fonte di ispirazione. Applicare questo sguardo ai supereroi, usando un linguaggio visivo a tratti provocatorio e dissacrante, ma molto più spesso semplicemente umano, è stata una scelta vincente. Mi ha permesso di rendere concreta un’idea che inizialmente era solo vaga. Oggi la perfezione è un obiettivo a cui molti aspirano, ma in realtà ha poco di interessante: ciò che davvero ci stimola è l’imperfezione.

D: Tu hai scelto di non usare l’intelligenza artificiale e di costruire set reali, manuali, quasi artigianali. Cosa c’è dietro questa decisione così controcorrente?
R: L’intelligenza artificiale è inevitabile, e forse sarebbe stupido opporsi alla sua ascesa in modo acritico. Credo che il mondo, e la fotografia in particolare, sarà sempre più legato a questo nuovo linguaggio comunicativo. Detto questo, il mio obiettivo era far emergere il più possibile l’artigianalità delle mie immagini. La purezza dello scatto, anche quando costruito con sovrapposizioni di sfondi, ma sempre realizzati da me. Proteggere un’idea di fotografia “1.0” era uno degli scopi principali di questo progetto. Un approccio forse anacronistico, ma che ha fatto la differenza: i visitatori, spesso sorpresi, hanno apprezzato la qualità e il messaggio di questo sforzo creativo.
D: Superman è il volto anche del manifesto di Todi. Perché proprio lui? Che cosa incarna, nel tuo immaginario, più degli altri supereroi?
R: Ho una simpatia abbastanza equamente distribuita per tutti i miei supereroi. La scelta di Superman per la locandina è legata a uno scatto di memoria warholiana. Tra le immagini che ho creato, era quella che richiamava in modo più immediato un certo linguaggio pop, che è il filo conduttore della mostra. Per questo ho scelto lui.

D: La tua mostra intreccia storia dell’arte, cinema, musica, senza scivolare nella parodia. Quali sono i maestri o le immagini che ti hanno formato e che senti più presenti in questo progetto?
R: È stato divertente e stimolante rievocare alcuni grandi artisti e riproporli in chiave pop. Inserire opere e immagini conosciute e “giocarci” nel rispetto della loro grandezza storica è stato un tentativo delicato ma, spero, intrigante. Magritte e Leonardo sono state le fonti di ispirazione principali: artisti molto diversi, ma entrambi profondamente comunicativi. Non posso però escludere Salvador Dalí, che pur non comparendo direttamente, ha segnato la mia infanzia e contribuito, in modo sotterraneo, al mio viaggio mentale.
D: Cosa consiglieresti ad un giovane che voglia intraprendere oggi la tua stessa carriera?
R: Gli consiglierei di farlo con grande consapevolezza. Questo mestiere è pieno di insidie, soprattutto dal punto di vista dell’indipendenza economica. Vivere di fotografia oggi è complesso. Serve una forza di volontà enorme, bisogna affacciarsi a 360 gradi al mondo della fotografia, sperimentare senza rinunciare a nulla. E soprattutto mantenere uno sguardo aperto sul mondo, come quello di un bambino: curioso, pronto ad assorbire con gli occhi, come una spugna, tutte le suggestioni che la vita offre.
D: Quando hai capito di voler fare della tua passione un lavoro?
R: Durante il mio primo Interrail in Europa, nel 1994, con due amici storici. Avevo appena compiuto diciott’anni e attraversammo Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Lì capii che la fotografia era qualcosa di diverso da un semplice divertimento: avevo un’urgenza di comunicare. Anche se ho continuato gli studi e mi sono laureato in giurisprudenza, quella necessità di esprimere visivamente le mie emozioni non mi ha mai lasciato. A 27 anni è diventata una vera e propria scelta di vita.
D: Dopo Roma e Todi, qual è il futuro di quest’incredibile mostra?
R: Spero di poterla portare in giro per l’Italia e poi all’estero. Mi piacerebbe che venisse conosciuta anche da altre culture. Chissà.
D: Sarebbe bellissimo. La serie dei “supereroi dell’ordinario” crescerà ancora? Stai già guardando oltre?
R: Crescerà, ne sono certo. Ho in testa tantissime idee e spero presto di poterle sviluppare. Amo però lasciare che le cose avvengano lentamente, soprattutto quelle nuove. Questa mostra per me è ancora nuovissima e c’è molto da esplorare. Spero che i miei piccoli protagonisti, i giocattoli, per intenderci, possano crescere insieme a me, facendo giri larghi, inaspettati e pieni di sorprese.


