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Capodanno Rai1, un rito stanco che non sa più parlare al Paese

Pubblicato: 01/01/2026 10:01

C’è stato un momento, durante il Capodanno su Rai1, in cui non era più chiaro se si stesse assistendo a uno spettacolo televisivo o a una lunga, malinconica replica di qualcosa che avevamo già visto troppe volte. Non una caduta improvvisa, ma una tristezza programmata, prevedibile, quasi rassicurante nella sua mediocrità. Il servizio pubblico ha salutato il nuovo anno con un evento che sembrava guardare ostinatamente all’indietro, come se il tempo si fosse fermato da qualche parte tra i primi anni Novanta e una serata di balera di provincia.

Il problema non è stato un singolo errore, ma un impianto complessivo che ha dato l’impressione di una tv senza ambizione, incapace di interrogarsi su cosa significhi oggi rappresentare un Paese davanti a milioni di spettatori. Cast prevedibile, scaletta scolorita, idee riciclate. Tutto già visto, tutto già sentito. Con quella sensazione fastidiosa di déjà-vu televisivo che ti accompagna per ore e ti fa chiedere perché la rete ammiraglia continui a trattare il Capodanno come un rito burocratico da sbrigare, anziché come un evento da reinventare.

Cover, karaoke e il paradosso dell’originale altrove

Il cuore della serata si è retto ancora una volta sulle cover, diventate ormai il rifugio sicuro di una televisione che non osa. Artisti chiamati a reinterpretare brani iconici senza un’idea forte dietro, senza una rilettura, senza un senso che andasse oltre il semplice riempitivo. Il paradosso, quasi grottesco, è che mentre su Rai1 si assisteva a versioni sbiadite di grandi successi, altrove gli originali cantavano davvero, dal vivo, con un contesto scenico e simbolico infinitamente più coerente.

È qui che emerge la frattura: non tra Rai e Mediaset, ma tra chi prova ancora a costruire uno spettacolo contemporaneo e chi si limita a mettere in fila nomi, confidando nella nostalgia come anestetico collettivo. Il risultato è stato un lungo karaoke nazionale, privo di tensione, di sorpresa, di rischio.

La mezzanotte e l’effetto rimpatriata

Il momento simbolico, la mezzanotte, avrebbe dovuto essere il punto di massima intensità emotiva. È stato invece il passaggio più rivelatore della crisi di immaginario. Un palco affollato, confuso, dominato da volti storici messi insieme senza una vera regia narrativa. Più che un brindisi al futuro, è sembrata una rimpatriata dello spettacolo, con quell’aria da festa di fine corso che nessuno ha davvero voglia di fare ma che si fa lo stesso, per abitudine.

Non c’era solennità, non c’era energia, non c’era nemmeno quell’ironia involontaria che a volte salva le serate sbagliate. Solo una lunga sospensione, un vuoto scenico che ha reso evidente quanto la Rai fatichi oggi a trovare un linguaggio capace di parlare a generazioni diverse nello stesso momento.

Catanzaro e la scelta che non diventa racconto

La location avrebbe potuto essere un valore. Non lo è stata. Catanzaro è rimasta uno sfondo anonimo, mai davvero raccontato, mai trasformato in simbolo. Una scelta reiterata negli anni che non si è mai tradotta in un progetto culturale riconoscibile. Le immagini dall’alto hanno mostrato spazi discontinui, una piazza non pienamente vissuta, un colpo d’occhio debole. Segnali che raccontano più di mille comunicati: quando nemmeno il pubblico locale sembra coinvolto, qualcosa non ha funzionato a monte.

Il Sud non si valorizza per decreto, né a colpi di palchi temporanei. Si valorizza con un racconto, con una visione, con un’idea forte che qui non c’è stata.

L’eccezione che conferma la regola

In mezzo a questa lunga serata opaca, una figura ha retto meglio di altre: Marco Liorni. Professionale, solido, capace di tenere insieme i pezzi di una macchina complicata senza mai perdere il controllo. Proprio per questo, la sua presenza ha avuto un effetto quasi paradossale: ha mostrato quanto il problema non sia nei singoli, ma nel contesto. Chi riesce a governare una nave così sbilenca meriterebbe un progetto migliore, più all’altezza.

Qualcuno si è salvato, certo. Qualche esibizione dignitosa, qualche momento di mestiere vero. Ma sono state isole in un mare piatto, non abbastanza per cambiare il giudizio complessivo.

Il punto, alla fine, è semplice e insieme drammatico: se questo è il modo in cui la Rai immagina il futuro, allora il problema non è il Capodanno. È la visione culturale di un servizio pubblico che sembra aver rinunciato a sorprendere, a disturbare, perfino a sbagliare in modo creativo. Così resta solo la stanchezza. E quella, a mezzanotte, è la cosa peggiore da brindare.

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