
«Questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando». È questo uno degli slogan che risuonano nelle piazze iraniane, dove migliaia di persone sono tornate a protestare contro il regime degli ayatollah, in una mobilitazione che non si vedeva con questa intensità da anni.
Da Urmia a Kermanshah, passando per la capitale Teheran, le manifestazioni hanno coinvolto diverse aree del Paese. Una sfida aperta al potere che richiama alla memoria le proteste esplose dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab, da cui nacque il movimento «Donna, vita, libertà».

23.55 A fuoco un palazzo del governo
Nella Capitale secondo quanto riportato da testimoni sui social network sarebbe andato a fuoco un palazzo del governo. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza al grido di “questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando“, in riferimento al figlio dello scià Reza Pahlavi, che negli ultimi giorni si è messo a disposizione del popolo iraniano per tornare in patria e guidare il movimento.
21.32 Blockout a Teheran
L’ente di controllo online Netblocks segnalato su X un blackout di Internet a Teheran e in molte città dell’Iran. “L’evento segue una serie di crescenti misure di censura digitale che prendono di mira le proteste in tutto il Paese e ostacolano il diritto del pubblico a comunicare in un momento critico”, afferma il gruppo sui social. Non è la prima volta che il regime degli ayatollah ricorre a questo mezzo per rendere più difficile la comunicazione tra i protestanti e per impedire la diffusione all’estero di ciò che accade veramente nel Paese.
19.40 Le ragioni della protesta
A innescare l’ondata di proteste di questi giorni è soprattutto la crisi economica, aggravata da un’inflazione alle stelle che sta colpendo duramente la popolazione. Nella capitale e nelle zone limitrofe non sono mancati slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, oggi in esilio.
Dagli Stati Uniti, Pahlavi si propone come figura di riferimento per una transizione verso la democrazia, parlando di un possibile cambiamento pacifico attraverso un referendum. Resta però incerto quanto sia reale e diffuso il sostegno nei suoi confronti all’interno del Paese.
L’opposizione iraniana appare infatti frammentata e divisa, mentre le proteste si stanno estendendo anche alle regioni occidentali a maggioranza curda. Le contestazioni sono partite dai bazarì, i commercianti, per poi coinvolgere studenti e altri settori della società.

19.00 Reazioni durissime della polizia
Secondo la Bbc, le manifestazioni si sono diffuse in almeno 17 delle 31 province iraniane, toccando anche aree tradizionalmente considerate vicine al regime, come Qom e Mashhad, nel nord-est del Paese.
La risposta delle autorità è stata durissima. La polizia è accusata di una repressione violenta, con l’uso di armi da fuoco contro i dimostranti. L’ong Iran Human Rights parla di almeno 45 morti, mentre mercoledì sarebbe stato il giorno più sanguinoso, con 13 vittime in sole 24 ore.
Il presidente Massoud Pezeshkian ha invitato le forze di sicurezza a non intervenire contro le proteste pacifiche, ma ha definito «rivoltosi» coloro che attaccano stazioni di polizia o siti militari. Intanto, cresce il numero degli arresti e dei feriti, mentre i manifestanti chiedono apertamente le dimissioni della Guida suprema Ali Khamenei.
18.30 Trump: “Pronti a intervenire”
Alle tensioni interne si aggiungono le pressioni degli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che ha minacciato interventi in caso di violenze. In serata, l’organizzazione Netblocks ha segnalato un blackout di Internet in diverse città iraniane, denunciando una nuova stretta sulla censura digitale nel tentativo di soffocare le proteste.


