
Il volto giovane e sorridente di Rubina Aminian è diventato uno dei simboli più dolorosi della repressione in Iran. Aveva 23 anni, studiava moda allo Shariati College di Teheran e sognava un futuro costruito con ago, stoffe e creatività. La sua vita si è interrotta nella notte dell’8 gennaio, quando è stata uccisa dalle forze del regime iraniano mentre si univa ai manifestanti scesi in piazza contro il governo degli ayatollah. La sua storia, diffusa dall’ong Iran Human Rights, segna il primo nome noto di una lunga lista di vittime che continua ad allungarsi giorno dopo giorno.
Leggi anche: Iran in fiamme, cinque giorni di proteste: sei morti
L’uccisione di Rubina Aminian durante le proteste
Secondo quanto ricostruito da fonti vicine alla famiglia e riportato dall’organizzazione per i diritti umani, Rubina Aminian sarebbe stata colpita alle spalle, a distanza ravvicinata, mentre usciva dall’istituto universitario. Il proiettile l’ha raggiunta alla testa, uccidendola sul colpo. La giovane, di origine curda e proveniente da Marivan, si era unita alle proteste che da due settimane animavano le strade di Teheran e di molte altre città iraniane.
La notizia della sua morte si è rapidamente diffusa sui social network, dove il suo nome è diventato un hashtag. Centinaia di immagini e video mostrano Rubina mentre espone con orgoglio gli abiti da lei realizzati, trasformando il suo sorriso in un simbolo di libertà spezzata. Un racconto visivo che ha dato volto umano a una repressione spesso raccontata solo attraverso numeri e statistiche.

Il racconto della famiglia e la ricerca del corpo
Dopo aver appreso dell’uccisione, la famiglia di Rubina si è spostata da Kermanshah a Teheran per identificare il corpo. Il racconto fornito a Iran Human Rights restituisce uno scenario drammatico: i familiari sarebbero stati condotti in un luogo vicino al college dove erano presenti i corpi di numerosi giovani uccisi durante le proteste. La maggior parte delle vittime, secondo le testimonianze, aveva tra i 18 e i 22 anni ed era stata colpita alla testa o al collo a distanza ravvicinata.
La famiglia sarebbe stata costretta a cercare da sola il corpo di Rubina tra decine e decine di cadaveri. Una scena che la madre ha riassunto con parole cariche di dolore: non solo la perdita della figlia, ma la visione diretta di “centinaia di cadaveri” appartenenti a una generazione falciata dalla violenza.
Sepoltura negata e intimidazioni
Il ritorno a casa non ha portato sollievo. Secondo quanto riferito, l’abitazione della famiglia Aminian sarebbe stata circondata dalle forze dell’intelligence, che non avrebbero consentito una sepoltura regolare. Le moschee di Marivan si sarebbero rifiutate di ospitare cerimonie funebri per Rubina, impedendo ogni forma di commemorazione pubblica.
Di fronte a questi ostacoli, il corpo della giovane è stato infine sepolto lungo una strada tra Kermanshah e Kamyaran, lontano da riti, preghiere e dalla possibilità di un ultimo saluto collettivo. Un epilogo che aggiunge ulteriore sofferenza a una vicenda già segnata dalla brutalità.

Un bilancio che continua a crescere
La morte di Rubina Aminian non è un caso isolato. Secondo Iran Human Rights, le vittime delle proteste delle ultime due settimane sarebbero almeno 192. Un numero destinato, secondo l’ong, a crescere ulteriormente, soprattutto dopo la chiusura di internet a livello nazionale, che rende più difficile documentare e verificare quanto accade nelle strade iraniane.
Il direttore dell’organizzazione, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha parlato apertamente di un grave crimine internazionale commesso dalla Repubblica Islamica contro il proprio popolo, sottolineando l’obbligo della comunità internazionale di intervenire con tutti i mezzi disponibili. Intanto, il sorriso di Rubina resta impresso nelle immagini che circolano online, testimonianza silenziosa di una protesta soffocata nel sangue e di una gioventù che continua a pagare il prezzo più alto.


