Vai al contenuto

L’Iran apre agli Usa: “Pronti alla guerra ma trattiamo”. L’opposizione al regime: “A Teheran 12mila uccisi”

Pubblicato: 13/01/2026 09:28

Usa-Iran, l’offerta di dialogo con Washington arriva nel pieno della repressione interna. Secondo quanto riferito dal presidente americano Donald Trump, sabato, mentre in Iran era in corso la mattanza delle proteste, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe contattato Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente.
L’obiettivo del messaggio era chiaro: tentare una de-escalation con gli Stati Uniti, dopo le minacce di un possibile intervento americano a sostegno dei manifestanti, o quantomeno guadagnare tempo in una fase di forte isolamento internazionale per Teheran.

Araghchi, il volto dialogante della diplomazia iraniana

Araghchi non è una figura nuova nei contatti con l’Occidente. Da oltre quindici anni rappresenta l’ala negoziale della Repubblica islamica: erede di una famiglia di mercanti di tappeti, è stato vice di Javad Zarif durante la firma dell’accordo sul nucleare del 2015 e ha mantenuto aperti i canali diplomatici anche negli anni della presidenza ultraconservatrice di Ebrahim Raisi.
Con l’arrivo alla presidenza di Masoud Pezeshkian, Araghchi è tornato al vertice della diplomazia, tentando nuovamente una linea di appeasement con la Casa Bianca. Dietro di lui si muovono settori dell’apparato statale favorevoli a una nuova trattativa con gli Stati Uniti, spiegano fonti diplomatiche, consapevoli che il sistema iraniano potrebbe non reggere un nuovo attacco militare, dopo quello israelo-americano dello scorso giugno.
«Siamo pronti alla guerra se verremo attaccati, ma anche al dialogo, a condizione che avvenga senza minacce o diktat», ha dichiarato Araghchi, precisando però un punto centrale: il ministro degli Esteri non ha potere decisionale su un eventuale accordo.

L’ultima parola a Khamenei e i paletti sul nucleare

La decisione finale spetta infatti alla Guida suprema Ali Khamenei, che ha ribadito più volte la sua posizione: negoziare con Washington non porta risultati e degli Stati Uniti non ci si può fidare.
Le condizioni poste dall’amministrazione Trump — zero arricchimento dell’uranio e stop al programma missilistico — sono considerate inaccettabili dal rahbar. Accettarle significherebbe, per Teheran, smantellare le ultime fondamenta della strategia di difesa nazionale, già indebolita dai colpi inferti da Israele alla rete regionale di milizie e forze politiche filo-iraniane.

Usa-Iran, Trump tra minacce e aperture condizionate

Donald Trump ha incalzato Teheran promettendo un intervento nel caso di uccisione dei manifestanti, ma non è passato ai fatti, mostrando cautela rispetto a un’azione militare tradizionale dagli esiti imprevedibili.
«L’Iran vuole negoziare, l’incontro è in fase di organizzazione», ha confermato il presidente americano, accompagnando però l’apertura con nuove pressioni: «Potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro» e «l’esercito sta valutando opzioni molto forti». In serata è arrivata anche la minaccia di dazi al 25% per i Paesi che continuano a fare affari con l’Iran.

L’allarme dell’ambasciata virtuale Usa e il rischio di escalation

Un messaggio di “Security Alert” pubblicato nelle ultime ore sul sito dell’ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran sembra confermare un rapido peggioramento della crisi iraniana. L’avviso invita i cittadini americani a lasciare immediatamente il Paese, segnalando che le proteste in corso «stanno aumentando e potrebbero diventare violente», con il rischio di arresti, feriti, blackout di internet e forti limitazioni ai trasporti.
Il tono del messaggio, particolarmente dettagliato sulle vie di fuga via terra e sulle restrizioni dell’assistenza consolare, viene letto da diversi osservatori anche come un segnale preparatorio a possibili sviluppi militari o a un’ulteriore escalation regionale nelle prossime ore.

Cos’è l’ambasciata virtuale degli Stati Uniti in Iran

Gli Stati Uniti non intrattengono relazioni diplomatiche formali con l’Iran dal 1980, dopo la crisi degli ostaggi di Teheran. In assenza di una sede diplomatica fisica, Washington ha istituito una ambasciata virtuale, una piattaforma online gestita dal Dipartimento di Stato.
Si tratta di uno strumento operativo che fornisce informazioni ufficiali, avvisi di sicurezza, servizi ai cittadini e contenuti di diplomazia pubblica, rivolti sia agli iraniani sia agli americani presenti nel Paese. Non è quindi un sito simbolico, ma l’unico canale diretto ufficiale tra Washington e chi si trova sul territorio iraniano, spesso utilizzato per comunicazioni sensibili nei momenti di crisi.

Media opposizione: “A Teheran almeno 12mila morti”

Secondo quanto riportato dal media di opposizione Iran International, almeno 12mila persone, in gran parte giovani under 30, sarebbero state uccise durante le proteste in Iran. La testata parla del “più grande massacro nella storia contemporanea del Paese”, concentrato soprattutto nelle notti dell’8 e 9 gennaio. La stima, elaborata dal comitato editoriale, si basa su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici e su un lavoro di verifica in più fasi, la cui pubblicazione sarebbe stata ritardata fino alla convergenza delle prove, includendo anche informazioni provenienti da fonti vicine al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Una versione nettamente diversa è stata fornita da un funzionario iraniano all’agenzia Reuters, secondo cui le vittime sarebbero circa 2mila, comprendendo anche membri delle forze di sicurezza. Le autorità attribuiscono le morti all’azione di presunti “terroristi”. Ancora più basse le stime diffuse in precedenza dall’ong statunitense Human Rights Activists News Agency, che parlavano di almeno 646 vittime, pur sottolineando come il blackout di internet renda difficile ottenere dati completi e verificabili in modo indipendente.

La repressione ha provocato una dura condanna internazionale. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, si è detto “inorridito”, affermando che “l’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare” e definendo inaccettabile l’uso dell’etichetta di terroristi per giustificare la violenza. Parole ancora più dure sono arrivate dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui un regime che si regge solo sulla violenza è di fatto alla fine, lasciando intendere che l’Iran stia attraversando le ultime fasi della sua attuale leadership.

Mosca, Pechino e l’isolamento internazionale di Teheran

Nel tentativo di rompere l’isolamento, Teheran ha cercato il sostegno dei suoi alleati. Il segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale Ali Larijani ha parlato con il suo omologo russo Sergei Shoigu per «coordinare le posizioni sulla sicurezza».
Russia e Iran collaborano già su più fronti: nucleare civile, commercio del petrolio, repressione interna e forniture militari per la guerra in Ucraina. Anche la Cina, principale acquirente di petrolio iraniano a prezzi scontati, ha condannato le interferenze esterne. Tuttavia, a Teheran cresce lo scetticismo: né Mosca né Pechino sembrano disposte a investire davvero sul Paese o a entrare in collisione diretta con Washington per difenderlo.

Rapporti al minimo con l’Europa

I rapporti con l’Europa sono ai minimi storici. Le violenze delle ultime ore hanno provocato dure condanne e, ieri, il Parlamento europeo ha deciso di vietare l’accesso ai propri locali a diplomatici e rappresentanti iraniani.
«Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà», ha dichiarato la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 13/01/2026 13:26

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure