
Anche la nuova versione fornita da Claudio Carlomagno sul femminicidio di Federica Torzullo non convince gli investigatori. L’uomo, 45 anni, ha modificato il suo racconto nel tentativo di chiarire le incongruenze emerse, ma secondo il gip Viviana Petrocelli la confessione resta largamente inattendibile e apre anzi a nuovi scenari investigativi, compresa la possibile presenza di un “soggetto non identificato” con lui nelle ore successive al delitto.
Nell’ordinanza di custodia cautelare, il giudice evidenzia il pericolo di inquinamento delle prove e sottolinea l’assenza di un reale pentimento. Carlomagno, si legge, mostra «una particolare ostinazione nella condotta delittuosa», mentre il corpo di Federica era già stato occultato sottoterra quando l’uomo è stato fermato, mantenendo inizialmente il silenzio.
Sul fronte del movente, gli inquirenti ritengono sempre meno credibile che l’omicidio sia stato scatenato dalla scoperta di una nuova relazione della donna. Le testimonianze raccolte indicano che Federica Torzullo frequentava il nuovo compagno già dal 2022, con viaggi regolari ad Ancona. È quindi improbabile che Carlomagno, pur vivendo da separato in casa, non ne fosse a conoscenza.

Più centrale appare invece il nodo della separazione legale, che stava per essere formalizzata dopo anni di crisi. Un precedente incontro con un avvocato era saltato proprio per l’opposizione del marito, una circostanza che aveva fortemente preoccupato Federica, al punto da confidarsi con un’amica la sera dell’8 gennaio, poche ore prima di essere uccisa.
Decisivo sarà stabilire l’orario della morte. Il marito afferma di aver colpito la moglie all’alba, ma il sospetto degli inquirenti è che l’omicidio sia avvenuto molte ore prima. Di certo c’è che, fino a dopo le 23, Federica era viva e stava chattando con il suo nuovo compagno, residente ad Ancona, con il quale aveva una relazione dal 2022. Il suo telefonino è stato distrutto da Carlomagno, ma i tabulati sono stati recuperati e il fidanzato ha consegnato agli investigatori il contenuto dei messaggi.
Le telecamere di sorveglianza della villetta smentiscono la prima versione dell’uomo: Federica non è mai uscita di casa dopo le 19.25. Alle 7.08 del mattino successivo arriva invece il Fiat Doblò del padre di Carlomagno, che resta davanti all’abitazione per alcuni minuti. Poco dopo, Claudio esce con il suo suv, sostenendo di trasportare il corpo della moglie, ma gli orari della morte appaiono incompatibili con il suo racconto.

I movimenti successivi dell’uomo, ricostruiti minuto per minuto, rafforzano i sospetti. Tra depositi, rientri a casa e spostamenti con un furgone Iveco, Carlomagno concentra troppe azioni in un lasso di tempo ristretto. Quando rientra a casa nel primo pomeriggio, in auto con lui c’è una persona “non identificata”, dettaglio su cui il gip chiede ulteriori accertamenti, anche attraverso l’analisi del telefono sequestrato.
Messo alle strette, l’uomo fornisce una seconda versione, ritenuta altrettanto poco credibile. Parla di chiavi da restituire, di un citofono non funzionante e di una breve sosta per “giocare con il gatto” in cortile. Ma le immagini non confermano nulla, così come non tornano le dichiarazioni degli operai e i dati delle celle telefoniche, che mostrano il telefono di Federica muoversi insieme a quello del marito fino al deposito.
L’autopsia ha accertato la presenza di 23 ferite da taglio, compatibili con una lama bitagliente. Gli investigatori ipotizzano che i coltelli possano essere stati addirittura due, elemento chiave per stabilire se l’omicidio sia stato d’impulso o premeditato. Non tornano né il numero dei fendenti né la versione secondo cui l’arma sarebbe stata trovata casualmente in bagno.
Infine, pesa il sospetto di una premeditazione lucida. Dopo il delitto, Carlomagno avrebbe tentato di bruciare il corpo, distrutto il telefono della moglie e seppellito il cadavere usando ghiaia sul fondo della fossa per evitare tracce e odori. Un comportamento che mal si concilia con lo stato confusionale da lui dichiarato e che, secondo il gip, dimostra come l’uomo sapesse perfettamente ciò che stava facendo, anche se non basta ancora a chiudere definitivamente il quadro accusatorio.

L’attenzione degli inquirenti si è spostata oggi verso un piccolo corso d’acqua situato in una zona strategica tra via Anguillanese e via Braccianese, proprio al confine con la località Le Rughe. Secondo quanto dichiarato dall’indagato durante la sua confessione, l’arma del delitto sarebbe stata gettata dal finestrino della propria vettura in corsa nel tentativo disperato di disfarsi delle prove. Carlomagno ha indicato con relativa precisione il punto del lancio, spingendo la Procura di Civitavecchia a mobilitare unità specializzate per setacciare l’area indicata. Il ruscello, pur non essendo particolarmente profondo, presenta un fondale melmoso che rende estremamente difficili le ricerche visive tradizionali, rendendo necessario l’intervento di personale altamente qualificato e dotato di strumentazione tecnica avanzata.
Per far fronte alle difficoltà ambientali sono entrati in azione i militari del Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma, i quali stanno scandagliando centimetro dopo centimetro il letto del ruscello. L’arma cercata è un coltello da cucina, lo stesso che l’indagato ha riferito di aver prelevato dal bagno dell’abitazione dove si sarebbe consumata l’aggressione mortale. I sommozzatori operano in condizioni di visibilità ridotta, muovendosi con estrema cautela per non alterare ulteriormente il fondale o rischiare di danneggiare eventuali reperti. Il coordinamento delle operazioni è affidato al procuratore capo Alberto Liguori, che segue da vicino ogni sviluppo del caso per garantire che la ricostruzione fornita dal Carlomagno trovi riscontri oggettivi e inconfutabili nella realtà dei fatti.
Uno degli strumenti fondamentali impiegati in queste ore dai militari è il metal detector subacqueo, un dispositivo capace di emettere onde elettromagnetiche in grado di rilevare la presenza di masse metalliche anche se sepolte sotto diversi strati di fango o detriti. Questo apparecchio risulta determinante per localizzare la lama del coltello, che potrebbe essere scivolata in profondità a causa della corrente o del peso stesso dell’oggetto. Ogni segnale acustico emesso dallo strumento viene verificato con cura dai subacquei, i quali devono distinguere tra possibili rifiuti metallici e l’effettiva arma del delitto. La precisione di questa tecnologia rappresenta la speranza principale degli investigatori per chiudere il cerchio attorno alle prove materiali necessarie a consolidare l’accusa di omicidio volontario.


