
La Procura di Civitavecchia non ha mai escluso del tutto l’ipotesi che Claudio Carlomagno, 44 anni, non abbia agito completamente da solo dopo aver ucciso la moglie Federica Torzullo con 23 coltellate. Fin dalle prime ore successive al femminicidio, tre persone sono finite sotto la lente degli investigatori per verificare se qualcuno possa averlo aiutato, anche solo inconsapevolmente, nelle fasi immediatamente successive al delitto.
Tra quei nomi figurava anche quello del padre di Claudio, Pasquale Carlomagno. Non per elementi di prova diretti, ma per una serie di presenze, movimenti e coincidenze temporali che, considerati nel loro insieme, hanno reso inevitabili approfondimenti investigativi da parte dei magistrati.
Dalle indagini è emerso che Claudio Carlomagno non disponeva di una rete amicale strutturata. Un elemento che ha spinto gli inquirenti a concentrare l’attenzione quasi esclusivamente sull’ambito familiare e su quello lavorativo, ritenuti i contesti più plausibili in cui individuare eventuali riscontri utili.

L’uomo è stato arrestato il 18 gennaio, giorno del ritrovamento del corpo, e tre giorni dopo ha confessato il femminicidio, sostenendo di aver agito da solo. Ma per il procuratore capo Alberto Liguori il racconto presenta diverse “zone d’ombra”, soprattutto nella ricostruzione degli orari.
Secondo la versione fornita da Carlomagno, l’omicidio sarebbe avvenuto intorno alle 6.30 del 9 gennaio, nella villetta di via Costantino, ad Anguillara. È in quella fascia temporale che emerge una prima anomalia: alle 7.08 una telecamera riprende il Doblò del padre fermo sotto casa del figlio. Il mezzo resta lì fino alle 7.18. Claudio ha spiegato che il genitore si era recato da lui per chiedere le chiavi di un veicolo, senza però ottenere risposta né al citofono né al telefono.
Un episodio che, pur non indicando un coinvolgimento diretto, ha imposto verifiche puntuali. Quei dieci minuti sotto casa, in una fase cruciale della mattina, rappresentano uno dei passaggi che la Procura ha ritenuto necessario chiarire fino in fondo.

Alle 7.35 Claudio Carlomagno lascia l’abitazione con la Kia, con il corpo della moglie nel bagagliaio, e alle 7.40 arriva nella sede della sua azienda. Un tragitto compatibile con la distanza. Ma alle 8.45 dall’azienda esce un furgone Iveco: chi fosse alla guida in quel momento non è ancora stato chiarito. Il mezzo rientra alle 9.11 e, alle 9.29, è Claudio a ripartire con lo stesso veicolo, all’interno del quale si trova il corpo di Federica.
È qui che si apre il vuoto temporale più delicato dell’inchiesta. Carlomagno rientra nel piazzale aziendale solo alle 10.33. Sessantaquattro minuti senza una spiegazione convincente. In quell’intervallo, alle 10.05, una telecamera lo riprende di nuovo nella villetta di Anguillara, il luogo del delitto. Un percorso normalmente breve viene coperto in 36 minuti. Claudio resta in casa dieci minuti e riparte alle 10.15, impiegando altri 18 minuti per tornare in azienda.
Alle 10.36 esce nuovamente, questa volta con la Kia, lasciando l’Iveco — con il corpo all’interno — nel piazzale. Si dirige verso un’altra azienda a Prima Porta per recuperare le chiavi dell’escavatore che verrà poi usato per scavare la fossa. Questo spostamento, verificato dagli inquirenti, dura circa un’ora e risulta coerente sotto il profilo temporale.
Ora i carabinieri del Nucleo investigativo di Ostia attendono gli esiti dei tabulati telefonici, fondamentali per capire dove si agganci il cellulare di Carlomagno durante quell’ora buca e se compaiano altri dispositivi nelle stesse celle. È tra le 9.29 e le 10.33 che il racconto si incrina. Ed è lì che la Procura continua a cercare risposte, con un obiettivo chiaro e condiviso: tutelare in ogni modo il figlio minorenne della coppia, unico sopravvissuto di una tragedia familiare senza precedenti.


