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È morto Franco Menichelli, l’angelo azzurro che fece volare l’Italia alle Olimpiadi

Pubblicato: 28/01/2026 19:32

Il mondo dello sport italiano e internazionale piange la scomparsa di Franco Menichelli, una vera e propria leggenda della ginnastica artistica che si è spenta all’età di 85 anni. Noto come l’angelo azzurro, Menichelli ha rappresentato il volto pulito e vincente dell’Italia durante gli anni del boom economico, diventando un simbolo di eccellenza e innovazione tecnica molto prima che figure come Jury Chechi portassero nuovamente la disciplina alla ribalta globale. La sua carriera è stata un crescendo di successi che hanno segnato un’epoca, culminando con la storica medaglia d’oro conquistata ai Giochi Olimpici di Tokyo nel 1964, un’impresa che resta scolpita negli annali della Federginnastica.

L’ascesa del mito tra Roma e Tokyo

Nato nella capitale, Menichelli trovò la sua consacrazione proprio davanti al pubblico di casa durante le Olimpiadi di Roma 1960. In quella occasione, contribuì in modo determinante alla conquista del bronzo nel concorso a squadre, riportando l’Italia sul podio olimpico della ginnastica per la prima volta nel dopoguerra. Oltre al successo collettivo ottenuto insieme a compagni storici come i fratelli Carminucci, Menichelli si distinse individualmente vincendo il bronzo nel corpo libero. Fu proprio in questo esercizio che il ginnasta romano iniziò a mostrare quella grazia e quella precisione che lo avrebbero reso celebre in tutto il mondo, gettando le basi per quello che sarebbe accaduto quattro anni più tardi in terra giapponese.

Il punto più alto della sua parabola sportiva arrivò nel 1964, durante le Olimpiadi di Tokyo. In un contesto dominato dai giganti della ginnastica sovietica e dai padroni di casa giapponesi, l’atleta azzurro riuscì a compiere un capolavoro assoluto. Nonostante alcuni dubbi sui criteri di giudizio che avevano penalizzato l’Italia nella prova a squadre, Menichelli rispose sulla pedana con una prestazione magistrale nel corpo libero. Entrato in gara per ultimo, eseguì una sequenza di combinazioni multiple che lasciò i giudici senza fiato, ottenendo il punteggio di 19,450. Quel voto gli garantì la medaglia d’oro, superando l’idolo locale Yukio Endo e riportando un titolo olimpico individuale all’Italia della ginnastica che mancava dai tempi di Romeo Neri e Savino Guglielmetti.

Oltre all’oro, la spedizione giapponese fruttò a Menichelli anche un argento agli anelli e un bronzo alle parallele pari, confermando la sua straordinaria polivalenza. Il suo stile era caratterizzato da un’eleganza fuori dal comune e da soluzioni tecniche all’avanguardia per l’epoca. Jury Chechi, il signore degli anelli, lo ha ricordato oggi con parole di profonda stima, definendolo un mito e un innovatore i cui esercizi sono ancora oggi oggetto di studio per chiunque voglia apprendere l’essenza di questo sport. La sua grandezza tecnica è stata ufficialmente riconosciuta nel 2003, quando è stato inserito nella prestigiosa Hall of Fame della ginnastica mondiale, un onore riservato solo ai più grandi di sempre.

Curiosamente, il percorso sportivo di Franco Menichelli non era iniziato con la ginnastica ma con il calcio. Questa passione rimase un tratto distintivo della sua famiglia, dato che il fratello minore Giampaolo Menichelli divenne un calciatore professionista di alto livello, vestendo le maglie di Roma e Juventus e arrivando a giocare con la nazionale azzurra. Mentre il fratello muoveva i primi passi nel calcio che conta, Franco aveva già scelto di dedicare la sua vita alla disciplina acrobatica, ottenendo il primo titolo nazionale nel 1956. Questo legame tra i due fratelli ha rappresentato un caso raro di eccellenza sportiva multidisciplinare all’interno dello stesso nucleo familiare nell’Italia del secolo scorso.

Il passaggio dal campo alla guida tecnica

La carriera agonistica di Menichelli subì un brusco arresto durante i Giochi di Città del Messico nel 1968, quando la rottura del tendine d’Achille gli impedì di lottare per altre medaglie. Dopo il ritiro ufficiale avvenuto nel 1973, non abbandonò il mondo della ginnastica ma si mise immediatamente a disposizione della federazione come tecnico della nazionale. Per sei stagioni guidò gli atleti azzurri con la stessa dedizione e serietà che aveva mostrato come atleta, trasmettendo la sua esperienza alle nuove generazioni. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, ma il suo lascito vive nei ricordi della moglie Gabriella e delle figlie, oltre che in ogni giovane ginnasta che sogna di emulare le gesta dell’angelo azzurro.

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