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Alberto Trentini, il racconto dei 423 giorni di carcere in Venezuela: “Scarafaggi, guardie e macchina della verità”

Pubblicato: 01/02/2026 22:03

“Al Rodeo 1 la prima cosa che perdi è la percezione del tempo”. Alberto Trentini è tornato libero dopo 423 giorni di detenzione in uno dei penitenziari più duri del Venezuela. Oggi sorride, ha ancora i capelli corti – glieli hanno tagliati prima del rilascio – e parla con lucidità di ciò che ha vissuto sotto il regime di Maduro.
La sua non è soltanto una testimonianza personale: è un racconto che vuole diventare monito, perché quanto accaduto non venga archiviato come un episodio lontano. “È finita, ed è questa la notizia più bella”, dice. Ma aggiunge subito che è fondamentale non dimenticare nulla.

Celle minuscole, acqua razionata e isolamento totale

Le condizioni di detenzione al Rodeo 1, che Trentini definisce una sorta di “Alcatraz tropicale”, sono state estreme. Celle buie e maleodoranti, grandi appena quattro metri per due, con una latrina interna e un rubinetto posto in alto, sopra il wc, usato anche per lavarsi.
L’acqua veniva erogata solo due volte al giorno. Dopo il tramonto comparivano regolarmente scarafaggi e zanzare. Ogni contatto con l’esterno era quasi azzerato: prevista soltanto una breve visita settimanale di venti minuti, concessa ad alcuni detenuti venezuelani, dietro un vetro e sotto il controllo di guardie incappucciate che annotavano le conversazioni.

Per chiedere qualsiasi cosa bisognava affacciarsi da una finestrella che obbligava ad abbassare il capo, un gesto che diventava strumento di umiliazione. Parlare con gli altri detenuti era quasi impossibile a causa dell’acustica. “I libri erano pochissimi, non esisteva alcuna forma di svago”, racconta. Solo tre volte a settimana venivano trasmesse alla radio le comunicazioni di propaganda del regime, ascoltate nel tentativo di capire se qualcosa si stesse muovendo sul piano internazionale.

Guardie incappucciate e punizioni estreme

I carcerieri, in parte giovani cresciuti nella dittatura e in parte più esperti, avevano atteggiamenti elusivi. Ogni spostamento avveniva con manette ai polsi e cappuccio nero sulla testa. Ai detenuti veniva tolto tutto: nel caso di Trentini anche gli occhiali da vista.
Esistevano celle disciplinari per chi veniva accusato di insubordinazione: lì si poteva restare per giorni nudi e ammanettati, dormendo sul pavimento. “Un luogo che colpisce direttamente la dignità umana e mira a piegare le persone prima ancora che i corpi”, spiega.

L’interrogatorio con la macchina della verità

Trentini racconta di non aver subito torture fisiche, riservate – secondo lui – a chi era sospettato di reati gravi. Ma le torture psicologiche sono state costanti.
È stato anche sottoposto a un interrogatorio con la macchina della verità. “La stanza era molto calda, sudavo, e il funzionario faceva di tutto per farmi sbagliare le risposte”.

L’arresto al posto di blocco e la paura iniziale

L’arresto risale al 15 novembre 2024. Dopo un viaggio in aereo, Trentini era in taxi verso Guasdualito, al confine con la Colombia, quando è stato fermato a un posto di blocco dalla polizia nazionale. Poco dopo sono arrivati due funzionari del controspionaggio militare.
Gli hanno sequestrato il cellulare e sottoposto a un interrogatorio di circa cinque ore, concentrato ossessivamente sulla sua carriera, sul lavoro umanitario, sulle lingue straniere e sui Paesi visitati. “Ho capito subito che non si sarebbe risolta in giornata”.
La prima paura è stata quella di essere ucciso, quando il mezzo su cui viaggiava ha imboccato una stradina di campagna. Poi sono arrivati il timore delle torture e l’angoscia per i genitori, rimasti senza notizie.

L’attesa senza fine e la strategia per resistere

Per mesi Trentini ha sperato in un rilascio imminente. “Dopo circa tre mesi ho capito che non sarebbe stata una prigionia breve”. Il tempo diventava un nemico.
“Una delle strategie era rinviare anche la tristezza: domani magari mi lascio andare, ma oggi no”. Con gli altri detenuti costruivano scacchi improvvisati con carta igienica, acqua e sapone, pur di occupare le ore.

Mai la sensazione di essere stato dimenticato

Non ha mai avuto la sensazione di essere stato abbandonato. “Mia madre e i miei amici sono stati straordinari”. Solo dopo ha compreso la portata della mobilitazione attorno al suo caso, anche grazie al lavoro legale che ha accompagnato la vicenda.
Il momento in cui ha capito che tutto era finito? “Quando sono entrato fisicamente nella residenza dell’ambasciata italiana”. L’emozione dominante: gioia.

Libertà, oggi, significa Stato di diritto

Dopo l’esperienza nel carcere venezuelano, la parola libertà ha assunto un significato diverso. “Per me significa Stato di diritto, separazione dei poteri, diritti ma anche doveri”. Ma l’immagine più immediata è semplice: “Un tramonto sulla laguna di Venezia”.
Alla fine resta un bilancio personale: “Ho perso più di un anno di vita, e non l’ho perso solo io ma anche la mia famiglia e la mia compagna. Ho salvato tutto il resto: legami, amicizie, rapporti riallacciati”. Poi, con un sorriso amaro, aggiunge l’ultima perdita: “Il 13 luglio. Il concerto degli Iron Maiden”.

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