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“Scontri a Torino? La verità…”. Travaglio lo dice in diretta ed esplode il caos: polemiche

Pubblicato: 04/02/2026 10:06

Il dibattito sugli scontri di Torino e sulla manifestazione a sostegno del centro sociale Askatasuna continua ad animare il confronto politico e mediatico. Al centro della discussione si collocano le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha criticato duramente la presenza di esponenti dell’opposizione al corteo, e la replica del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, intervenuto nel corso della trasmissione Otto e mezzo su La7. Un confronto che va oltre la cronaca degli episodi di violenza e tocca il tema più ampio della gestione dell’ordine pubblico, del diritto di manifestare e dell’uso politico delle emergenze.
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Secondo Travaglio, la lettura proposta dal Viminale rischia di confondere piani diversi, assimilando una moltitudine di manifestanti pacifici a una minoranza di violenti, con conseguenze potenzialmente pericolose sul piano democratico e giuridico.
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La distinzione tra manifestanti e violenti

Nel suo intervento televisivo, Marco Travaglio respinge con decisione l’idea che la manifestazione torinese abbia offerto una copertura politica o morale agli autori degli scontri. Al contrario, sottolinea come la stragrande maggioranza dei partecipanti abbia sfilato in modo pacifico e come, anzi, molti avrebbero probabilmente gradito un servizio d’ordine più efficace capace di isolare i violenti.

Nel richiamare modelli del passato, Travaglio cita l’organizzazione interna che caratterizzava i cortei del Partito Comunista e della Cgil, quando i servizi d’ordine avevano il compito di tenere lontani provocatori e facinorosi. Un riferimento che serve a ribadire un concetto chiave: la presenza di violenti non equivale automaticamente a una loro legittimazione da parte di chi manifesta pacificamente.

Una violenza organizzata e ricorrente

Il direttore del Fatto Quotidiano inserisce quanto accaduto a Torino in un contesto più ampio, ricordando l’esistenza di una sorta di internazionale della violenza, composta da gruppi specializzati che si spostano da una manifestazione all’altra. Non a caso, tra i denunciati figurano anche cittadini stranieri, come già avvenuto in altre occasioni nel passato.

Secondo Travaglio, si tratta di dinamiche note alle forze dell’ordine e alla politica da decenni, che non possono essere ridotte a una responsabilità collettiva dei manifestanti. Una distinzione che, a suo avviso, dovrebbe essere centrale nel racconto pubblico e istituzionale degli eventi.

Ordine pubblico e strumenti già esistenti

Rispondendo a una domanda sulla possibilità di evitare completamente gli scontri, Travaglio riconosce che azzerare il rischio è impossibile. L’aggressione al poliziotto viene definita un episodio gravissimo e sconvolgente, da perseguire con fermezza. Ma proprio su questo punto arriva uno dei passaggi più netti della sua analisi: non servono nuove leggi.

Il giornalista ricorda come il codice penale italiano sia già dotato di strumenti severi e adeguati per punire reati di questo tipo. Un impianto normativo che affonda le sue radici nel codice voluto da Alfredo Rocco, ministro della Giustizia durante il fascismo, e che quindi non può certo essere accusato di indulgenza. L’idea di introdurre nuove fattispecie penali viene così liquidata come inutile e potenzialmente dannosa.

Il confronto con il passato torinese

Da torinese e da cronista di lungo corso, Travaglio richiama alla memoria stagioni ben più violente di quella attuale. Negli anni dell’antagonismo e dell’anarco-insurrezionalismo, Torino fu teatro di scontri di piazza molto più duri, senza che allora si parlasse con leggerezza di terrorismo o di ritorno delle Brigate Rosse.

Il riferimento va in particolare al 1998, quando una manifestazione nazionale indetta dopo la morte di Edoardo Massari, detto Baleno, trasformò la città in un campo di battaglia. Episodi che, nel racconto di Travaglio, superano di gran lunga quanto accaduto recentemente e che aiutano a ridimensionare i toni allarmistici utilizzati oggi.

Stato di diritto contro isterie securitarie

Il messaggio conclusivo del direttore del Fatto Quotidiano è un invito alla misura. Punire i responsabili dei reati è doveroso, ma senza cedere a isterismi o a scorciatoie legislative. La storia italiana, ricorda Travaglio, dimostra che il terrorismo è stato sconfitto attraverso lo Stato di diritto, senza leggi speciali o deroghe straordinarie alle garanzie democratiche.

Alla luce di questa esperienza, le frange violente attuali, per quanto pericolose, appaiono infinitamente più limitate rispetto al passato. Ed è proprio per questo, conclude il giornalista, che la risposta dello Stato dovrebbe essere ferma ma equilibrata, evitando di trasformare episodi gravi in pretesti per restringere spazi di libertà e di dissenso.

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Ultimo Aggiornamento: 09/02/2026 11:14

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