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Baresi: “Portare la fiaccola l’emozione più grande della mia vita sportiva, mi tremavano le gambe”

Pubblicato: 07/02/2026 11:58

Nella notte che ha acceso il sogno di Milano-Cortina 2026, il cuore pulsante di San Siro non ha battuto solo per lo spettacolo o i protocolli. L’emozione più pura, quella che ha bagnato gli occhi di 67mila spettatori, è coincisa con l’apparizione di Franco Baresi. Il capitano di mille battaglie, simbolo di un calcio che si fa epica, è entrato nello stadio portando la fiaccola olimpica insieme allo storico rivale e amico Beppe Bergomi. Non è stata solo una staffetta tra leggende, ma il manifesto della fragilità umana che si fa forza: Baresi, segnato dalla recente lotta contro la malattia, ha mostrato al mondo una mano tremante ma ferma nel sorreggere i valori universali dello sport.

Il segreto e la rinascita: “Ho lottato per tutta la vita”

Il ritorno a “casa” per lo storico numero 6 del Milan è stato preparato nel massimo riserbo. «Un mese e mezzo fa, più o meno: mi ha telefonato il presidente del Coni», racconta Baresi, svelando un retroscena commovente sulla sua iniziale esitazione dovuta alle condizioni di salute. «Io ho risposto: “Siete sicuri?, guardate che non sono tanto in forma”. “Tranquillo”, mi ha detto il presidente, “non dovrai fare troppa strada”». Quel tragitto breve è diventato il simbolo di una guarigione che profuma di futuro. Oggi Franco assicura di stare «meglio, molto meglio», spiegando che il peggio è ormai alle spalle, nonostante la durezza di un percorso che lo ha visto resistere grazie alla tempra dell’atleta. «I miei polmoni funzionano di nuovo bene, e penso solo al futuro», aggiunge con la serenità di chi ha vinto il derby più difficile.

Vedere Baresi e Bergomi insieme, le due facce di una Milano calcistica che si fonde nello spirito olimpico, è stato il colpo di teatro più riuscito della serata. I due sono stati maestri nel mantenere il silenzio assoluto sulla loro partecipazione fino all’ultimo istante. Entrare sul prato del Meazza mentre risuonava la voce di Bocelli ha scatenato un’ovazione che andava oltre il tifo. «E’ stato pazzesco, mi tremavano le gambe e forse anche la mano», ammette Baresi, visibilmente toccato dall’affetto della gente. «La gente sa quello che mi è successo, e io so che la gente lo sa. Non c’è bisogno di tante parole».

Per l’ex libero della Nazionale, che fu olimpico già nel 1984 a Los Angeles, la torcia rappresenta qualcosa di sacro: la pace, il rispetto e la correttezza in un mondo stravolto dai soldi. La sua presenza è stata un richiamo alla finitezza del nostro essere e, allo stesso tempo, alla fratellanza auspicata dal presidente Mattarella. In un’epoca di tensioni globali, il messaggio di Franco è arrivato forte e chiaro: tutto è fragile, ma il senso olimpico resta immortale.

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