
C’è un clima febbrile che avvolge questo referendum, e non nasce dal confronto sulle norme ma da un’ansia politica che ha trasformato una scelta costituzionale in una guerra morale permanente. Nelle piazze, nei talk show e soprattutto sui social si è costruito un racconto apocalittico in cui ogni riforma diventa minaccia esistenziale e ogni sostenitore del Sì viene dipinto come complice di un disegno autoritario. In questo rumore di fondo si perde il punto centrale: l’Italia soffre da decenni di decisioni lente, equilibri opachi e istituzioni paralizzate dai veti, e la riforma – discutibile ma seria – prova almeno a rompere questa inerzia. La campagna del No, invece di discutere nel merito, ha scelto la via della paura, come se agitare spettri bastasse a nascondere l’incapacità di difendere lo status quo con argomenti razionali.
Non è una lettura di parte. Lo ha scritto con durezza Andrea Colombo, firma storica de il manifesto, quindi lontanissimo da qualsiasi posizione conservatrice: accusare Augusto Barbera di essere “come CasaPound”, diffondere immagini di Norimberga con la scritta “Loro votano Sì”, sostenere che l’approvazione significhi la vittoria del fascismo e della mafia è, nelle sue parole, “semplicemente ignobile”. Se un giornalista della sinistra arriva a definire questa campagna il punto più basso della storia repubblicana, significa che il problema non è il contenuto della riforma ma il modo in cui viene combattuta. Non è la proposta a dividere il Paese: è la scelta deliberata di trasformare ogni avversario in un nemico morale.
Il catastrofismo come arma politica
Questa deriva non nasce dal nulla. Una parte della sinistra ha progressivamente sostituito l’analisi con l’allarme permanente, convinta che ogni cambiamento equivalga a un arretramento democratico. Così il dibattito sulla Costituzione diventa una caricatura, e la complessità delle norme scompare dietro slogan su dittature imminenti e complotti dei “ricchi e potenti”. È una scorciatoia che può anche mobilitare gli elettori più radicalizzati, ma indebolisce la credibilità di chi la usa e allontana milioni di cittadini moderati che chiedono semplicemente regole più chiare e governi più responsabili. Il paradosso è evidente: nel tentativo di difendere la democrazia, si finisce per delegittimare in anticipo il voto popolare.
Eppure il nodo resta lo stesso. L’Italia ha pagato a caro prezzo un sistema che produce instabilità cronica, governi effimeri e responsabilità diluite. La riforma non è perfetta e potrà essere corretta in futuro, ma va nella direzione di una maggiore chiarezza istituzionale e di una capacità decisionale più trasparente. Chi grida al golpe costituzionale lo fa perché teme di perdere un equilibrio che ha garantito immobilismo più che diritti. Il vero rischio, dunque, non è il Sì, ma l’idea che nulla debba mai cambiare per paura di sbagliare.
Perché scegliere il Sì è scegliere la responsabilità
Sostenere il Sì non significa consegnare il Paese a un uomo solo al comando, come ripete la propaganda più aggressiva del No. Significa riconoscere che le regole possono evolvere e che la democrazia si rafforza quando diventa più efficace, non quando resta bloccata in un feticcio di perfezione. Se vincerà il Sì, non nascerà un regime ma un assetto più governabile; se vincerà il No, resteremo prigionieri delle stesse lentezze che hanno frenato crescita e giustizia per anni.
Colombo avverte che una campagna così isterica renderà il Paese “molto peggiore”. È un monito che va oltre gli schieramenti e parla alla qualità della nostra vita pubblica. La scelta vera non è tra due testi di legge, ma tra paura e responsabilità. In questo senso, votare Sì è scommettere su un’Italia che smette di gridare al lupo e ricomincia a decidere del proprio futuro.


