
Una vicenda delicata, che intreccia sport, salute e diritto antidoping, riporta al centro dell’attenzione il nome di Rebecca Passler. La biatleta azzurra, risultata positiva al letrozolo in un controllo fuori competizione, ha ottenuto la revoca della sospensione cautelare da parte della Procura Nazionale Antidoping (Nado Italia), potendo così prendere parte alle Olimpiadi Milano-Cortina. Una decisione che non chiude il caso, ma che consente all’atleta di gareggiare in attesa dei giudizi di merito del Tribunale nazionale antidoping (Tna) e, se necessario, del Tas di Losanna.
La scelta di Nado Italia, struttura nota per il suo rigore, si fonda su elementi ritenuti convincenti dai giudici sportivi. Al centro della ricostruzione c’è la condizione della madre dell’atleta, affetta da carcinoma mammario e sottoposta a terapia endocrina a base di letrozolo dal giugno 2025. Secondo quanto emerso, la madre avrebbe scelto di non informare pienamente la figlia sulla malattia e sulla terapia, per non turbarla nel percorso di avvicinamento ai Giochi.
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La ricostruzione dei fatti e il nodo della contaminazione
Il 24 gennaio 2026, dopo una gara di Coppa del Mondo di biathlon a Nové Mesto, in Repubblica Ceca, Passler rientra nell’abitazione familiare, dove vive con i genitori e la sorella. Il giorno successivo resta a casa, condividendo i pasti con i familiari. Il 26 gennaio viene sottoposta a controllo antidoping fuori competizione, dal quale emerge un riscontro analitico avverso.
Secondo la documentazione presentata dalla difesa, l’atleta avrebbe consumato alimenti condivisi in ambito domestico, in particolare una crema spalmabile prelevata con un cucchiaio comune. La madre, che assume quotidianamente letrozolo per fini terapeutici, custodiva il farmaco in un luogo non accessibile alla figlia. Un controllo effettuato il 27 dicembre 2025 aveva dato esito negativo, elemento che rafforza la tesi della assunzione involontaria.
Le concentrazioni rilevate nelle urine dell’atleta, pari a 1,1 ng/ml, sono state considerate compatibili con un’ipotesi di contaminazione. È su questo punto che si gioca la differenza rispetto ad altri casi analoghi.

Differenze con il caso Errani
Il parallelo con il precedente di Sara Errani è inevitabile, ma secondo quanto emerge dagli atti vi sarebbe una discriminante significativa. Nei casi di contaminazione, l’atleta deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare l’assunzione della sostanza vietata. Nel procedimento che coinvolse Errani, la consapevolezza della presenza del farmaco in casa portò al riconoscimento di un’omessa vigilanza.
Nel caso di Passler, invece, il Tna sottolinea che “l’atleta non era stata compiutamente informata delle condizioni cliniche della madre e ignorava che quest’ultima assumesse giornalmente il farmaco”. Questo elemento potrebbe incidere in modo decisivo sulla valutazione finale.

La revoca della sospensione cautelare è stata motivata anche con il rischio di un danno grave e irreparabile: l’esclusione da un evento olimpico, peraltro disputato nel luogo di residenza dell’atleta, avrebbe inciso in modo definitivo sulla carriera e sulla reputazione della biatleta. Al contrario, una eventuale squalifica successiva consentirebbe l’adozione di misure correttive ex post, salvaguardando l’integrità della competizione.
Il procedimento resta aperto e la parola definitiva spetterà agli organi giudicanti. Intanto, Rebecca Passler può tornare a concentrarsi sulle gare olimpiche, mentre il mondo dello sport osserva con attenzione un caso che riporta al centro il delicato equilibrio tra rigore antidoping, tutela dell’atleta e valutazione delle circostanze familiari.


