Vai al contenuto

Iran tra proteste, nucleare e minacce militari: Vance mette un limite alla via diplomatica

Pubblicato: 18/02/2026 16:10

Resta altissima la tensione in Iran, scosso da mesi di proteste contro il regime e da una repressione durissima da parte delle autorità. Le manifestazioni, esplose il 28 dicembre dopo la svalutazione della moneta locale, si sono rapidamente trasformate in mobilitazioni apertamente anti-regime, con un bilancio di vittime che, secondo diverse fonti, ammonterebbe a migliaia — se non decine di migliaia — di morti.

Sul piano internazionale, la crisi interna si intreccia con l’escalation geopolitica legata al dossier nucleare. Il presidente degli Usa, Donald Trump, ha più volte minacciato un intervento militare, rafforzando la presenza di navi e contingenti nell’area mediorientale, inclusa la portaerei USS Gerald Ford. Washington ha ribadito che Teheran potrebbe essere attaccata qualora non accettasse di trattare rinunciando allo sviluppo di armi atomiche.

In questo scenario, si registra anche un’intesa politica tra Trump e il premier israeliano Netanyahu, mentre da Teheran arrivano segnali di apertura a possibili compromessi per un nuovo accordo sul nucleare. I colloqui indiretti, mediati dall’Oman, restano però fragili e segnati da profonde divergenze tra le parti.

Secondo indiscrezioni rilanciate da fonti diplomatiche e media internazionali, gli Stati Uniti starebbero valutando un «attacco imminente» che potrebbe durare settimane, segnale di una crescente sfiducia verso negoziati prolungati. A rafforzare questa ipotesi contribuisce il massiccio trasferimento di mezzi militari statunitensi nella regione.

L’ipotesi di una guerra appare sempre più concreta, anche se la diplomazia non è formalmente tramontata. Incontri a Ginevra tra emissari statunitensi, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbero registrato alcuni progressi, ma restano ampie lacune. La leadership americana non appare ottimista sulla possibilità di colmare rapidamente le distanze.

Il vicepresidente Vance ha sottolineato come i colloqui abbiano prodotto risultati contrastanti, evidenziando che il presidente ha fissato precise linee rosse che l’Iran non sarebbe ancora disposto a riconoscere. Pur dichiarandosi favorevole a un accordo, la Casa Bianca lascia intendere che la diplomazia potrebbe presto «raggiungere la sua fine naturale».

Fonti israeliane indicano che il governo Netanyahu starebbe spingendo per uno scenario massimalista, che includerebbe attacchi ai siti nucleari e missilistici iraniani e persino un possibile cambio di regime. Una campagna congiunta Usa-Israele, se attuata, avrebbe conseguenze decisive sull’intero Medio Oriente e forti implicazioni sugli equilibri globali.

Altri esponenti statunitensi, come il senatore Lindsey Graham, ritengono tuttavia che eventuali attacchi potrebbero richiedere ancora diverse settimane di preparazione. Dopo gli ultimi colloqui, Washington avrebbe concesso a Teheran due settimane per presentare una proposta dettagliata di concessioni, mantenendo aperta una stretta finestra negoziale.

La crisi attuale, segnata dall’intreccio tra tensioni interne, pressioni militari e trattative diplomatiche, rappresenta uno dei momenti più delicati per la stabilità regionale. Un’escalation armata non inciderebbe solo sul futuro del regime iraniano, ma ridefinirebbe gli assetti strategici dell’intera area mediorientale e della politica estera statunitense nei prossimi anni.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure