medici che curano un paziente per coronavirus

3 medici italiani sono stati intervistati dal New England Journal of Medicine, una delle più importanti e diffuse riviste scientifiche di medicina generale al mondo. I dottori, che hanno voluto mantenere l’anonimato, hanno raccontato alla rivista la situazione critica in cui vertono gli ospedali italiani, in questo momento impegnati su tutti i fronti per combattere l’emergenza legata al Coronavirus.

Nonostante il nostro sistema sanitario nazionale sia considerato uno dei migliori al mondo, con 3,2 letti in ospedale ogni 1000 persone (contro i 2,8 degli Stati Uniti) è difficile rispondere ai bisogni di così tanti pazienti che hanno contratto il virus contemporaneamente.

L’infezione è ovunque in ospedale. Non puoi controllarla

Come riportato dal Nejm, gli interventi di chirurgia elettiva (ovvero quelli programmati, non emergenziali) sono stati cancellati e le sale operatorie sono state trasformate in unità di terapia intensiva: tutti i letti sono occupati, i corridoi e le aree amministrative sono piene di pazienti, alcuni dei quali sottoposti a ventilazione non invasiva.

Per questo motivo è difficile curare anche quei pazienti con patologie non correlate al Covid-19 e, soprattutto, proteggere questi pazienti dall’esposizione al virus: “L’infezione è ovunque in ospedale – ha detto uno dei medici intervistati – Anche se indossi tutti gli indumenti protettivi necessari e fai il meglio che puoi, non puoi controllarla”.

Il personale medico è esposto ad un rischio altissimo

E se proteggere i pazienti è difficile, proteggere il personale sanitario lo è ancora di più. Al momento dell’intervista, ad esempio, il Dr. D era uno dei 6 medici della sua divisione che sospettavano l’infezione da Covid-19. Consapevoli del fatto che il virus è molto più nocivo per le persone di età avanzata, molti giovani medici e infermieri si stanno schierando in prima linea, offrendosi per fare turni di lavoro straordinari e offrendosi per operare anche al di fuori della loro area di specializzazione.

Il Dr. S. descrive, però, anche il desiderio dei medici più anziani di farsi avanti: “Puoi vedere la paura nei loro occhi, ma vogliono aiutare”.

Gli ospedali sono saturi

Il momento più difficile che si trova a dover affrontare il personale sanitario italiano in questo momento è sicuramente quello del cosiddetto triage che, in condizioni di ospedali al limite delle loro capacità, si traduce essenzialmente nella decisione di chi collegare al respiratore e chi no: “Non ci sono eccezioni; dobbiamo decidere chi curare e chi no”, ha dichiarato il Dr.

L. A rendere la situazione ancora più critica, oltre alla scarsa disponibilità di respiratori, i lunghi tempi di intubazione a cui è necessario sottoporre i pazienti: spesso variano dai 15 ai 20 giorni, scrive il Nejm.

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