provetta in mano ad un medico

Test sierologico e Coronavirus: cos’è e come funziona? La prima differenza con il tampone consiste nel fatto che quest’ultimo è una sorta di ‘fotografia’ dell’infezione, che risponde cioè all’interrogativo sulla presenza o meno del virus al momento in cui si conduce l’esame. Il test sierologico, invece, individua l’eventuale avvenuta risposta all’esposizione al virus evidenziando la presenza di anticorpi nel paziente.

Cos’è il test sierologico

Se ne parla in merito alla questione della gestione della ‘fase 2’ dell’emergenza Coronavirus e in merito alla domanda che, da settimane, tiene banco tra esperti e cittadini: quante persone, esattamente, sono entrate in contatto con il virus responsabile del Covid-19?

Il punto interrogativo riguarda da vicino i cosiddetti “asintomatici”, cioè coloro che, pur avendo contratto il Sars-CoV-2 non hanno manifestato sintomi e per questo sono sostanzialmente fuori dalle ricostruzioni numeriche che si riferiscono alla diffusione dell’epidemia.

La questione della “patente di immunità” ha inondato le cronache e la Lombardia, prima per numero di casi in Italia, ha annunciato, come spiegato da Attilio Fontana a Pomeriggio Cinque, 20mila test sierologici al via dal 21 aprile prossimo per individuare le persone che hanno avuto la malattia e che hanno anticorpi sufficienti da garantire la copertura”.

Il test sierologico individuerebbe quindi chi è entrato in contatto con il Coronavirus, indipendentemente dalla presenza di infezione in corso. Quest’ultima, invece, è riscontrabile con l’ormai noto tampone, che è una sorta di “istantanea” per identificare la presenza del virus nel momento in cui viene effettuato.

Test sierologico e fase 2

Secondo quanto emerso in queste ore, quella dei test sierologici potrebbe essere una delle vie percorribili durante la cosiddetta “fase 2″ della gestione dell’emergenza Coronavirus, che seguirà quella più stringente dell’attuale lockdown e che potrebbe restituire un quadro più nitido della situazione generale sul fronte della diffusione del virus in Italia.

Ben vengano i test sierologici, prima alle categorie a rischio e poi mano mano a tutti. È fondamentale e non è un esame di serie B, come qualcuno dice impropriamente, ma complementare per fare la sieroprevalenza e capire quanto realmente il Covid-19 ha colpito gli italiani. Per far partire la fase 2 nel nostro Paese è importante sapere quanto ha circolato il virus“.

Lo ha spiegato Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive al policlinico San Martino di Genova, ai microfoni di Adnkronos Salute, sostenendo l’utilità di questo approccio.

Attraverso i test sierologici – si legge sul sito della Fondazione Veronesi che ne ha spiegato il funzionamento – è possibile andare ad individuare gli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus. (…) Applicati al Coronavirus assumeranno importanza sempre più rilevante nella pianificazione del post lockdown“.

Il test sierologico, dunque, a differenza del tampone – che fotografa la singola sequenza sullo stato del paziente (infetto o meno al momento dell’esame) – permetterebbe di inquadrare l’intera “storia” di una eventuale esposizione al virus, andando a individuare gli anticorpi che rivelano il contatto con il Sars-CoV-2 (quindi anche relativamente al periodo precedente all’analisi).

“Attenzione però a pensare che tutti i test sierologici siano uguali – spiegano ancora sul sito Fondazione Veronesi –. (…) Test con molti falsi positivi rischierebbero di dare il via libera a persone che in realtà non hanno mai contratto il virus. È per questa ragione che già ora si stanno valutando tanti test sierologici confrontando il dato ottenuto dal tampone positivo“.

Scovare gli anticorpi sarà quindi un passaggio importante, secondo molti esperti, per l’attesa fase di ripartenza e il graduale allentamento delle misure restrittive, ma occorrerà prestare attenzione all’attendibilità.

Come funziona

Il test sierologico può essere essenzialmente di due tipi: rapido e quantitativo, e cerca gli anticorpi IgM e IgG. Il primo, grazie a una gocciolina di sangue, rivela se una persona li ha sviluppati; il secondo, attraverso un prelievo, ne individuerebbe le quantità prodotte. In caso di infezione, le immunoglobuline IgM sono prodotte per prime. Le IgG sono rilevate quando significa l’infezione si è verificata già da tempo.

Il caso Lombardia

Secondo quanto riportato dall’Ansa, che cita un intervento dell’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera a Mattino Cinque, i test che dovrebbero partire in Lombardia dal prossimo 21 aprile saranno condotti con prelievo di sangue con lo scopo di “evidenziare se gli anticorpi sono immunizzanti, cioè se hanno bloccato e soffocato il virus“.

Se arrivassero dei sierologici più affidabili e anche veloci – ha aggiunto Gallera – noi saremo i primi ad adottarli. Capisco i cittadini che ci chiedono ‘fateci esami in maniera massiva’ e noi realmente lo vorremmo fare. Purtroppo tutti gli scienziati ci dicono che questi test con la gocciolina di sangue per ora non hanno un valore diagnostico, lo dice il Ministero, l’Istituto superiore di sanità e i nostri scienziati“.

Approfondisci

TUTTO SUL CORONAVIRUS

Coronavirus, la speranza in un farmaco

Coronavirus, a Robbio test del sangue a tappeto