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L’emergenza Coronavirus è in una nuova fase ma non può dirsi archiviata. Lo rivelano i dati in arrivo da diverse aree del mondo che, secondo uno studio pubblicato dal Guardian, sarebbero in una cornice di elevato rischio di una seconda ondata. È uno spettro che tiene banco sui tavoli della scienza e che, per almeno 10 Paesi, sarebbe più concreto che altrove.

Covid, seconda ondata? I Paesi a rischio secondo uno studio

L’emersione di nuovi cluster di Covid-19 in varie aree del mondo alimenta la paura di una seconda ondata, ipotesi che continua a dominare le scene di un’emergenza ancora lontana dal dirsi conclusa.

L’Italia ha vissuto la crisi sanitaria in modo prepotente, facendo da apripista alle strategie di contenimento adottate poi in altre aree del mondo.

Ma non tutte le nazioni hanno affrontato il Sars-CoV-2 in maniera rigorosa: sarebbe questo, secondo quanto pubblicato dal Guardian sulla base dei dati raccolti dalla Oxford University, uno dei fattori di maggiore esposizione al rischio per almeno 10 Paesi che viaggerebbero sui binari di un potenziale faccia a faccia con una seconda ondata di Coronavirus.

Dei 45 Paesi più colpiti dall’emergenza (con oltre 25mila casi registrati al 25 giugno scorso), 21 hanno progressivamente allentato le restrizioni e, di questi, 10 avrebbero una risposta “più rilassata” alla pandemia e sarebbero teatro di un nuovo aumento dei casi.

Secondo lo studio, un Paese rientra nella cornice di questo approccio se il suo indice di rigidità sul distanziamento, su una scala fino a 100, è sotto quota 70. Per stilare la classifica delle aree più a rischio, i ricercatori hanno tenuto in considerazione diversi fattori tra cui le campagne di informazione rivolte ai cittadini e le misure di contenimento adottate.

In testa, stando ai dati finora analizzati, la Germania, il cui indice si sarebbe abbassato da 73/100 a 50/100 nel solo mese di maggio, con il risultato di un aumento del rischio di nuovi contagi.

Al secondo posto l’Ucraina, che nell’ultima settimana ha segnato un incremento dei contagi del 29.3%. Terzo posto per gli Stati Uniti, che stanno vivendo una fase particolarmente acuta nella diffusione del virus. Seguono Svizzera, Bangladesh, Francia, Svezia, Iran, Indonesia e Arabia Saudita.

L’Italia non sarebbe tra le aree più a rischio

Sempre secondo lo studio riportato dal Guardian, arriverebbero segnali incoraggianti da 11 dei 45 Paesi più colpiti dall’epidemia. Nazioni in cui, a fronte di un progressivo allentamento del lockdown (e quindi di un calo nell’indice di rigore sotto la media dei 70/100), si starebbe registrando un’importante riduzione dei casi di positività. Un dato confortante, ma che non permette di tirare definitivamente un sospiro di sollievo.

In questo elenco rientrano i Paesi che hanno imposto forti blocchi nel pieno dell’emergenza, come l’Italia (che non sarebbe tra i Paesi più a rischio di seconda ondata, secondo il tracker di Oxford) e la Spagna, ma anche altri, come la Bielorussia, che non si sono chiusi così rigidamente.

Tra le nazioni osservate, 7 sono ancora in lockdown e hanno indice di rigore compreso fra 70 e 80, con un aumento dei casi. Fra questi figurano il Brasile e l’India. Ci sono aree del mondo, infine, in cui si combatte con la prima fase dell’epidemia (come Bolivia, Argentina e Colombia) in cui il quadro resterebbe ancora piuttosto critico.

La situazione italiana sul fronte contagi

La notizia di nuovi focolai in Italia, dopo il superamento della fase più acuta della crisi Covid, non fa che sottolineare la necessità di tenere alta la guardia seppur in un contesto decisamente migliorato rispetto ai mesi scorsi.

Occhi puntati sull’evoluzione dei cluster di Bologna, Fiumicino e Mondragone dove, davanti un aumento di contagi nella fase post lockdown, è scattata la tempestiva risposta della macchina sanitaria per prevenire scenari drammatici.

La fotografia dei positivi nel Paese, emersa dal bollettino del 28 giugno scorso, rimanda a quasi 17mila casi. “Non c’è preoccupazione perché è tutto ampiamente atteso. I focolai sono stati identificati immediatamente e circoscritti, quindi il sistema messo in atto tiene“, ha dichiarato ad Agorà, come riporta Ansa, Ranieri Guerra, direttore aggiunto Oms che ha sottolineato come “è inevitabile ci siano focolai in giro per l’Italia e per l’Europa“.

Intervistato da TgCom24, riporta Adnkronos, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha spiegato il suo punto di vista sui futuri scenari: “Non credo in una seconda ondata come accadde per la Spagnola. Credo in focolai che potranno anche essere molteplici ma la nostra bravura sarà quella di contenerli avendo anche il coraggio di ricreare aree rosse anche più o meno vaste dove sarà necessario“.

Iss: “L’epidemia non è finita

Un chiaro invito a non abbassare la guardia, nonostante il quadro di miglioramenti per l’Italia, è arrivato dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’epidemia non è finita, e occorre essere cauti sui prossimi passi da compiere.

L’indice di trasmissione del virus, Rt, è superiore a 1 in 3 regioni e la criticità resterebbe bassa: questo parametro, che evidenzia la trasmissibilità della malattia, sarebbe inferiore a 1 su scala nazionale.

Questo, secondo quanto riportato dall’Ansa, quanto sintetizzato dal direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute, Giovanni Rezza, a commento dei dati dell’Iss.

Il Lazio si è posizionato in testa alla classifica dei contagi nel periodo compreso tra il 15 e il 21 giugno scorsi: secondo il monitoraggio Iss, l’indice Rt sarebbe passato a 1,24 (da 1,12 dell’osservazione precedente), posizionandosi più in alto rispetto a quello di Lombardia ed Emilia-Romagna (1,01).

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