marco vannini

“È stata una traversata nel deserto”. Così l’avvocato Celestino Gnazi, intervistato da The Social post, ha descritto gli anni di lotte processuali al fianco della famiglia Vannini, in nome di una lotta per la verità.

La sentenza d’appello bis ha condannato tutta la famiglia Ciontoli per omicidio volontario: si tratta di un passo avanti enorme per l’accusa, che da anni punta a far riconoscere le responsabilità di ogni individuo che si trovava nella stanza mentre Marco Vannini moriva. 

Ora, il sentimento più forte provato è la serenità di aver raggiunto una decisione che equivale a quella di verità che noi cercavamo da molto tempo“, spiega l’avvocato Gnazi.

Non c’è solo serenità, però: “Oggi le devo dire che prevale una sensazione di stanchezza. È stata una traversata nel deserto“.

I coniugi Vannini dopo la sentenza

I genitori di Marco Vannini vivono il sentimento agrodolce di chi ha perso troppo per poter davvero essere felice, anche di fronte a una sentenza come questa: Hanno perso il figlio e questo non verrà mai meno, quella è la loro situazione psicologica, lo immaginiamo tutti.

Queste sentenze donano un po’ di serenità, però, perché loro hanno sempre detto di volere giustizia e non vendetta: li rende più sereni”.

Difficile, certo, parlare di vittoria: “Parlare di vittoria e di soddisfazione quando c’è una sentenza di condanna, che poi alla fine coincide anche con la privazione della libertà, non è mai bello. Non è questo il sentimento che proviamo”, spiega Gnazi, ma è indubbio che la sentenza sia stata accolta bene in aula e fuori dall’aula: è stato un sentimento positivo diffuso quello che ha seguito la pronuncia dei giudici.

Gnazi, nessun condizionamento da parte di media

Si è ben lontani però dall’appoggiare la tesi del legale della famiglia Ciontoli, l’avvocato Miroli, che nella requisitoria parlò del rischio di scrivere una sentenza per “accontentare l’opinione pubblica”: “Sono assolutamente e diametralmente in disaccordo”, spiega Gnazi. Non c’è stata affatto la volontà di accontentare un pubblico, né c’è stato un ruolo attivo e condizionante dei media: È una sentenza scritta in nome del popolo italiano e non per soddisfare qualche impulso omicida. Il processo penale è pubblico per definizione e io ritengo che sia diritto di tutti sapere come stanno le cose”.

Web, televisione e media in generale hanno raccontato, spiega Gnazi, ma non hanno avuto alcun ruolo a livello processuale: “I media sono stati presenti, fortunatamente, per cercare di capire quale fosse la verità, ad esempio pubblicando intercettazioni, in modo che tutti avessero la possibilità di constatare cosa fosse successo, e noi diciamo “per fortuna” perché questa tragica vicenda poteva essere derubricata a banale incidente domestico”.

Processo Vannini: la prima sentenza d’appello

Cosa andò storto, allora, con la prima sentenza d’appello? Il fatto è stato ricostruito in modo non corretto, in modo parziale, e sono stati omessi fatti che invece avrebbero proposto una ricostruzione assolutamente diversa da quella ottenuta in un successivo grado”.

In Cassazione e successivamente in Corte d’Assise d’Appello, invece, l’avvocato Gnazi racconta di aver “percepito la sensazione di essere davanti a giudici che avevano letto tutte le carte, più volte”.

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