Paolo Borzacchiello La Parola Magica

L’essere umano tende a raggiungere condizioni di equilibrio: anni di ricerca scientifica nel campo della psicologia della motivazione hanno dimostrato che i nostri comportamenti sono sempre orientati dalla ricerca dell’omeostasi, una condizione – appunto – di equilibrio.

In parole semplice: ho una tensione interna, faccio qualcosa per scaricarla. La stessa cosa vale per le parole che, come ripetiamo sempre, fanno molte più cose di quel che noi spesso crediamo che facciano.

Le parole, “il verbo”, come è scritto anche in quello che io definisco il più grande libro di marketing di tutti i tempi, si fanno carne, ovvero si trasformano in ormoni e neurotrasmettitori i quali, a loro volta, determinano i nostri comportamenti.


Sempre in parole semplici: se ho in corpo determinati ormoni, faccio determinate cose. Se ho in corpo altri ormoni, ne faccio altre.

Le metafore incarnate

Lo studioso americano George Lakoff, che tanto spesso cito e che rappresenta (o dovrebbe rappresentare, visto che alcuni lo copiano senza citarlo) il punto di riferimento per tutti gli studiosi delle metafore, a partire dagli anni settanta ha studiato il fenomeno delle metafore incarnate, ovvero il fenomeno di un particolare tipo di linguaggio figurato che si traduce in schemi mentali e in conseguenti comportamenti.

È lui, per esempio, che per primo ha rilevato come in tutte le culture del mondo il concetto di “alto” sia collegato a situazioni o emozioni positive (“mi sento SU di morale”, “INNALZIAMO i nostri standard”, “ho il morale ALLE STELLE”) e lo speculare concetto di “basso” sia invece collegato a situazioni o emozioni negative (“mi sento GIÙ di morale”, “hanno ABBASSATO lo standard”, “ho il morale A TERRA”).

La stessa cosa vale per altre categorie spaziali e sensoriali. Ad esempio, “caldo” è buono e “freddo” è meno buono, “vicino” è buono e “lontano” è meno buono, “movimento” è buono e “blocco” è meno buono e così via.

La cosa davvero affascinante è che noi attingiamo a queste metafore in modo del tutto inconsapevole ogni volta che ci sentiamo in un determinato modo: “ti sento così lontano…”, “ti sono vicino”, “qui è tutto fermo”, “le cose riprendono a scorrere”, “mi ha dato un caloroso benvenuto”, “persona un po’ fredda” e via discorrendo.

In questo senso, le metafore sono incarnate: sono dentro di noi, a prescindere da chi siamo e da dove veniamo e da quali libri abbiamo letto.

La cosa altrettanto affascinante è che noi attingiamo a queste metafore in modo più o meno cosciente per cambiare il nostro stato d’animo. Noi, letteralmente, chiediamo a chi ci sta intorno quel che vogliamo che accadesse per cambiarci l’umore: “stammi più vicino”, “dovresti dimostrare maggior calore”, “dimmi qualcosa che mi tiri su di morale”.
Noi, questa è la tesi, sappiamo che cosa dire e che cosa fare. Semplicemente, a volte ce ne dimentichiamo.

E parliamo a caso. 

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Lockdown che vai, movida che trovi

Per quanto io ricordi, mai come negli ultimi mesi si è parlato di “movida”. Iddio, sì, è un termine che esiste da sempre (o quasi) e sappiamo tutti che cosa designa ma riflettiamoci un attimo: quanti di noi, un anno fa, parlavano di movida così come ne parliamo adesso?

Se andassimo a misurare la frequenza con la quale compare il termine nella nostra vita quotidiana, resteremmo sorpresi. Possiamo dire, esagerando e provocando, che prima del lockdown la movida nemmeno esistesse.


È come se il corpo si fosse ribellato a questa condizione di “bloccato” (lock) e “basso” (down), due delle categorie peggiori per quanto riguarda il nostro benessere.

Due metafore “anti vita”, se mi si passa la brutalità della definizione. Del resto, la vita scorre e cresce verso l’alto. La morte ferma tutto e ti riporta in basso, a terra e sotto.

È come se, alla perenne ricerca di equilibrio, avessimo reagito al “blocco” con il disperato bisogno di muoverci.
Che, per carità, si può capire ma che, da un punto di vista puramente razionale, non si spiega.
Prima del “lockdown” sui social giravano post e meme in cui si parlava dello stare in casa sotto le coperte a guardare una serie televisiva come di un atto di vera ribellione.

Poco prima del “Lockdown” era diventato un fenomeno virale (ho scritto virale, ops) il postare una foto del proprio cantuccio caldo e al sicuro con bicchiere di vino, in solitaria.

Ho personalmente visto centinaia di post del genere: il valore promosso era stare a casa, da soli, al riparo, al sicuro, a riposarsi, con un buon bicchiere di vino, un libro o un film.

È bastato dire che tutte quelle cose erano obbligatorie per trasformarle in un incubo e scatenare la corsa frenetica verso l’uscita ribelle.


Si sono messi a fare la movida persone che non l’avevano mai fatta in vita loro, che manco sapevano che cosa fosse.

Tutta colpa delle parole scelte per comunicarci la situazione? Chissà: non ci sono ricerche al riguardo e soprattutto non possiamo verificare questa teoria con un campione di persone sottoposte allo stesso trattamento (stare in casa per colpa del virus) ma con parole diverse. Mi sarebbe piaciuto, da scienziato del linguaggio, poter verificare gli effetti di un linguaggio diverso. Come avrebbero reagito le persone se, invece di sentirsi “bloccate” a “terra” dal lockdown si fossero sentite “protette e al riparo nelle mura domestiche”?

La stessa cosa vale per il concetto di “coprifuoco”, una metafora che riporta alla guerra, alle bombe sganciate sui tetti, a un pericolo imminente. Gli strenui difensori a oltranza dell’operato del Governo, anche dal punto di vista della comunicazione (che, lo ribadisco, se mettiamo insieme Conte, Di Maio e Azzolina è probabilmente la peggiore di sempre), mi scrivono che forse il Governo usa queste parole così brutte per farci paura e quindi ottenere il risultato di farci stare buoni e in casa.


Se così fosse, miei cari, il Governo sbaglierebbe comunque, perché un qualsiasi studioso di sociologia, anche alle prime armi, sa che l’eccesso di paura (leggasi cortisolo e norepinefrina) produce il panico, considerato appunto in sociologia come un tipo di comportamento di massa, in cui i singoli agiscono senza criterio e per il solo motivo di perseguire un (presunto) fine personale.

Ce l’hanno comunicato male, ecco la verità. Ci hanno e ci stanno terrorizzando e confondendo e stanno senza saperlo provocando quei comportamenti di ribellione che vanno dalla protesta in piazza alla movida che vorrebbero evitare.

Potremmo pensare a cospirazioni e malizia ma, per quel che mi riguarda, preferisco rifarmi al principio di Halon, una sorta di rasoio di Occam applicato alla stupidità umana: quando pensiamo che un comportamento sia motivato da malizia o cattiveria, dice Hanlon, ricordiamoci che la maggior parte delle volte si tratta semplicemente di idiozia.

 

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