Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Visto che la fine di un anno e il passaggio all’anno successivo sono sempre momenti di fioretti, impegni e buoni propositi (che quasi immancabilmente, fra l’altro, evaporano entro l’epifania), ho deciso di dedicare un editoriale a quello che secondo me è un fioretto davvero molto utile: un fioretto linguistico, per così dire, ovvero l’impegno a eliminare dal nostro vocabolario alcune frasi che hanno il potere subdolo di distruggere la nostra credibilità agli occhi e alle orecchie di chi ci ascolta e, naturalmente, di minare la nostra autostima.

Perché questo fanno le parole: danno di noi una impressione specifica a chi le ascolta o legge e condizionano il nostro cervello a pensare e a comportarsi di conseguenza.

Ovvero, per fare un esempio, se io dico a me stesso “speriamo che non succeda niente di brutto” sto orientando il mio cervello verso un frame che implica, e parecchio, la possibilità che le cose forse potrebbero andare male, con un conseguente abbassamento della motivazione richiesta per la perfetta riuscita del progetto, quale che sia. 

Ti trattano come dici che possono trattarti

Uno dei miei cavalli di battaglia, sul quale insisto sempre e sul quale ricevo immancabilmente, oltre a molti applausi, anche alcune reazioni isteriche decisamente sopra le righe, è questo: “ti trattano come dici loro che possono trattarti”.

C’è sempre chi contesta, chi dice che non è vero, chi sostiene che nel suo caso le cose non stanno così.

Invece, le cose stanno proprio così: le parole che usiamo per presentarci producono un effetto molto specifico sul cervello di chi interagisce con noi e contribuiscono a determinare il modo in cui poi questa persona penserà a noi, a quello che diciamo e, in definitiva, il modo con il quale reagirà a noi e alle nostre richieste.

Se il mio interlocutore esordisce, come spesso mi capita di sentire, con un “Paolo, ho una domanda sciocca/magari quello che sto per chiederti non c’entra” o cose del genere, il mio cervello reagisce inevitabilmente valutando come “sciocco” o potenzialmente sciocco tutto quello che ascolterò.

Qui, è bene chiarirsi: le buone intenzioni del parlante non contano, così come non conta il fatto che io, a livello razionale e grazie a un veloce ragionamento, possa poi pensare al fatto che chi mi ha parlato volesse solo essere cortese o magari sia un po’ timido: sono valutazioni, queste, ex post, ovvero valutazioni che intervengono dopo aver ascoltato le parole e averle processate nel loro significato letterale.

Parliamo di un lasso di tempo di pochi millisecondi, sufficienti tuttavia a fare una buonissima impressione oppure una pessima figura. Quindi, ecco la mia lista di buoni propositi per il 2021: eliminando completamente tutte queste frasi dal vostro vocabolario, la vostra vita privata e professionale ne sarà arricchita e le persone che avete intorno inizieranno a guardarvi con occhi diversi e a trattarvi come voi credete di meritare (frase, questa, che richiederà un articolo a parte).

Le 10 frasi da eliminare per il 2021

1 – Scusa il disturbo

Un grande classico, un modo che utilizziamo spesso per essere educati e che produce invece come unico risultato quello di farci apparire sgradevoli e sgraditi al nostro interlocutore.

Questa frase è triplamente imbarazzante: sia perché evoca l’idea che noi siamo persone che disturbano (e al cervello inconscio del nostro interlocutore l’idea di essere disturbato attiva, come minimo, una scarica di cortisolo), sia perché ci scusiamo e quindi dichiariamo di sentirci in colpa per questo, esponendoci quindi a una posizione di totale sottomissione psicologica.

Infine, questa frase dà al nostro cervello un messaggio decisamente poco incoraggiante, del tipo: “ehy, amico, tu non vali niente, rompi solo le scatole e basta”. Insomma: se volete essere gentili, potete cavarvela con un semplice, elegante e rincuorante “ciao, sei libero adesso”?

2 – Ti rubo cinque minuti

Perché? Perché vuoi dire una cosa del genere, sapendo perfettamente (perché te lo spiego io, adesso, o perché mi segui sui social o perché hai letto i miei libri), che il verbo “rubare”, anche se utilizzato in modo figurato, attiva una reazione di allarme rosso nel cervello di chi ascolta la frase e dà di te un’impressione pessima?

Le alternative virtuose, per parlare con qualcuno dicendogli che ci metterai poco e quindi farlo stare tranquillo, ci sono e consistono, ad esempio, nell’utilizzo di una figura mitologica chiamata avverbio: “devo dirti velocemente una cosa. Hai tempo?”. Oppure, “possiamo rapidamente fare il punto della situazione? Ci vuole proprio un secondo”.

Ecco, vedete? Potete ottenere lo stesso effetto senza per forza autoflaggellarvi con frasi che hanno lo stesso effetto di un dpcm di Conte la Vigilia di Natale.

 

3 – Ti faccio una domanda sciocca

No, non farla. Se è sciocca, non mi interessa. Se è sciocca, tu che la fai diventi sciocco. E io non voglio parlare con persone sciocche. Chiaro? In questo caso, nessuna sostituzione. Ti basta dire “ti faccio una domanda”, e poi morderti la lingua sul resto. 

4 – Regalino & Friends

I diminutivi, incredibile, diminuiscono. Ovvero, tolgono valore. Ti faccio un regalino, ti dico una cosina, facciamo un pensierino, ti rubo un minutino (doppio danno, qui c’è anche “rubo”): il problema, probabilmente, nasce dalla scuola elementare, in cui ci hanno insegnato a fare i “pensierini”.

Ebbene, i pensierini si fanno nei cervellini. Tu vuoi dare di te l’idea di avere un cervello o un cervellino? 

5 – Correggimi se sbaglio

Questa è una induzione ipnotica in piena regola. Quando pronunci questa frase, fai più danni di Salvini che fa campagna elettorale al Papeete Beach. Primo, orienti il cervello del tuo interlocutore al correggerti. Cioè, lo scateni alla ricerca di errori. Tuoi. È come se tu gli dicessi: ti prego, correggimi, ti prego fammi le pulci.

Vuoi davvero questo per la tua vita? Poi, implichi il fatto che potresti sbagliare. La qual cosa, se parliamo di leadership e carisma, è davvero poco simpatica e utile.

Se proprio vuoi dire qualcosa, puoi dire: “dimmi poi che ne pensi”. Ma non è obbligatorio, puoi proprio tacere. 

6 – Dai retta a un cretino

Devo commentare? 

7 – Se devo essere sincero/a, se devo dirti la verità

Facciamo finta di parlare italiano, per un attimo. La frase “se devo dirti la verità” indica che se “non devi”, allora menti, cioè che salvo costrizione esterne racconti palle.

La stessa cosa per la frase “se devo essere sincera/o”. Vuol dire che se non sei costretta/o, menti? Una declinazione altrettanto orrenda di queste frasi, con un pizzico di perversione linguistica in più, si ha quando il soggetto chiede “posso essere sincero?”.

Io, in quei casi, rispondo: “no, ti prego, prendimi pure per i fondelli, io adoro essere preso in giro”. Come sostituisci queste frasi? Con il silenzio. Taci. Sradica tali obbrobi linguistici senza pietà. Via, via, via.

8 – Le cose si aggiusteranno

Se vuoi rovinarti la vita, questa frase è perfetta. Da un punto di vista dell’interazione, dai di te l’immagine di una creatura passiva che non ha potere decisionale e le cui azioni non contano.

Da un punto di vista dell’interazione che hai con te stessa/o, ti metti in fase di aspettativa, sperando che le cose vadano bene, che si sistemino.

Ti rassicuro: non succederà.

Nessuna lavatrice si è mai riparata da sola: serve qualcuno che la ripari. La stessa cosa vale per le relazioni personali: le persone, aggiustano le relazioni. Le cose, da sole, non fanno un bel niente. 

9 – Grazie per la fiducia

A meno che tu sia Dio o una qualche divinità Atzeca, ti sconsiglio di ringraziare persone e clienti con questa frase, che implica una cosa sola: nessuna concretezza, ma atto di fede.

Viviamo in tempi tosti, in cui la leadership politica traballa e chi dovrebbe guidarci fa fatica a definire le parole che usa (a proposito, abbiamo poi capito chi sono gli affetti stabili e a quanto si deve correre per poter dire di praticare attività sportiva?): meno riferimenti ad atti di fede mettiamo nel nostro vocabolario (salvo, appunto, i casi in cui ci troviamo nel pieno di una orazione religiosa durante la quale parlare di fede è lecito. Appunto), più credibili saremo. Fidatevi. 

10 – Andrà tutto bene

Eh, dipende. La ricerca lo ha evidenziato. Affidarsi a un pensiero ottimistico del genere può solo portarti a cocenti delusioni, ad abbassare il livello di guardia e a sperare che le cose, da sole, si aggiustino.

Abbiamo visto che non è così. Quindi, con buona pace della beata Giuliana di Norwich, la martire che ha per prima utilizzato questo modo di dire e del poeta Derek Mahon che l’ha sdoganata al mondo durante il coronavirus, siate un po’ più pragmatici. Andrà tutto bene se… vi impegnerete, studierete, vi applicherete, userete un buon linguaggio, terrete collegato il cervello, leggerete (o rileggerete) tutti i miei libri… e cose del genere, insomma. 

Buon 2021!

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