Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Si sapeva che prima o poi sarebbe scoppiato il caso petaloso 2. Era solo una questione di tempo. L’ignoranza è umana, si sa, tutti siamo ignoranti in tante cose, non si può conoscere tutto, ma non informarsi, soprattutto quando si scrive e si hanno tanti lettori, non è ammissibile, quella sì che è una colpa.

Soprattutto oggi che abbiamo la fortuna di poter cercare e trovare qualsiasi cosa con pochi click. Dicevamo, è scoppiata una nuova polemica, su una nuova parola che la Crusca avrebbe introdotto nel vocabolario alle spalle di tutti i parlanti. Che scandalo!, che sfregio! Già me li immagino gli accademici della Crusca che di notte incappucciati, con mantelli e maschere, si riuniscono per cercare vocaboli brutti e cacofonici da inserire nel vocabolario per manipolare e far impazzire la comunità dei parlanti con l’ausilio dei loro mezzi diabolici a noi ancora sconosciuti, mentre tutti, ignari, dormono beatamente: “Quando aprirete gli occhi userete due volte al giorno petaloso e una volta al giorno cringe… Quando aprirete gli occhi userete due volte al giorno petaloso…”.

Potrebbe uscirne fuori un bel romanzo distopico.

La Crusca come l’amica del cuore

Tornando seri. Andiamo per ordine, cercando di smentire punto per punto, le accuse che ogni volta vengono mosse all’antica e prestigiosa Istituzione fiorentina.

Primo punto. La Crusca non fa vocabolari da una vita, quindi materialmente non può inserire nulla. La Crusca ha un ruolo descrittivo e non prescrittivo, per farla molto semplice: racconta, grazie all’aiuto e alla competenza di studiosi e collaboratori, e diffonde la storia e l’evoluzione della nostra amata lingua, ed è normale che in tutto questo ci sia anche qualche proposta o consiglio da seguire, ma non impartisce nessun diktat;  è come l’amico o l’amica del cuore che, dopo uno sfogo, ti invita a non tornare più da quel ragazzo o da quella ragazza che ti ha fatto tanto soffrire, ma tu testardo o testarda fino al midollo, ci ricaschi, continuando a scrivere qual è con l’apostrofo.

Alla fine della fiera chi ci rimette sei solo tu, sono affaracci tuoi se non segui i giusti consigli di chi ha cercato di indirizzarti verso la retta via.

Di chi è la colpa?

Secondo punto importante: se un termine entra nel vocabolario, indovinate di chi è il merito o il demerito? Nostro! Della “repubblica dei parlanti”. Significa che in tanti abbiamo usato tante volte e per un lungo periodo di tempo quel termine.

Se non lo avessimo usato, non sarebbe mai entrato da nessuna parte. Se una parola non vi piace, non usatela, solo così le renderete l’esistenza difficile.

Petaloso: una storia dolcissima

Punto tre, il cuore della questione. L’Accademia della Crusca non ha mai sdoganato (verbo caro ai critici poco informati) petaloso né lo ha mai inserito in nessun vocabolario (vedi il punto primo); petaloso non ha mai visto un vocabolario neanche con il binocolo, non ce l’ha fatta, non è mai entrato da nessuna parte. Usiamo petaloso solo per parlare di petaloso, senza mai accostarlo, all’interno di un vero periodo, vicino a un sostantivo.

A questo punto, vale la pena di raccontare brevemente, per chi ancora non ne fosse al corrente, i fatti che ormai risalgono al 2016 e che furono pompati e distorti da alcuni mezzi di comunicazione, anche perché di per sé la vicenda vera e propria è molto banale.

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La dottoressa Maria Cristina Torchia, collaboratrice presso il servizio di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, rispose a una lettera di un bambino di terza elementare, il quale “inventò” (i bambini inventano di continuo nuove parole, niente di strano) e inserì in un tema scolastico l’aggettivo petaloso riferito a un fiore (un fiore provvisto di tanti petali); e la maestra, non trovando questa parola nel vocabolario, pensò subito a un neologismo, e quindi, per soddisfare anche la propria curiosità, come un insegnante appassionato del proprio lavoro fa, diede una mano a Matteo (è il nome del bambino) a scrivere una lettera per chiedere lumi alla più importante e qualificata istituzione d’Italia: L’Accademia della Crusca.

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Per inciso, poi, si scoprirà che non si trattava neanche di una prima attestazione, perché l’aggettivo petaloso in passato ha già visto la luce almeno altre due volte. La ricercatrice rispose con competenza, entusiasmo e dolcezza al bambino, spiegandogli che era un termine ben formato, cioè che rispettava tutti i crismi della correttezza grammaticale e che qualora la parola fosse stata usata da un gran numero di persone e per un certo periodo di tempo, sarebbe entrata da sola nel vocabolario. Stop.

La notizia della risposta si diffuse subito dopo sui social, grazie anche a un politico che usò l’aggettivo incriminato all’interno di un suo tweet, scatenando altri tweet pro e contro la “nuova” parola e innescando la fantasia di testate giornalistiche che riportarono subito la notizia in modo polemico (alcuni), distorto e pittoresco. E ancora oggi ne paghiamo i danni. Fine della storia di petaloso. Quindi, la Crusca non ha sdoganato un bel niente e non sdoganerà mai nulla (finché manterrà questo ruolo).

Il destino è cringe

Arriviamo all’attualità, a cringe. Il suo destino, per certi versi, ricorda quello di petaloso, proprio per gli attacchi ingiustificati che ha ricevuto la nostra cara Istituzione, accusata ancora una volta di aver inserito o di aver “certificato” con leggerezza e senza chiedere il permesso a nessuno, un nuovo termine.

In questo caso colpevole due volte perché la parola, secondo i sollevatori di polemiche, non solo è orribile, cacofonica e inutile, ma non è neanche italiana, e si sa, gli anglismi mettono continuamente in serio pericolo la purezza dell’idioma italico. Ancora una volta sono tutte bufale. Ripetiamolo per tranquillizzare i lettori: l’italiano sta benissimo, non corre nessun rischio, anzi, i forestierismi effettivamente usati sono pochi, e molti di loro in futuro verranno abbandonati per fare posto ad altri, come accade da secoli.

La Crusca è solo “colpevole” di aver creato una sezione molto interessante all’interno del suo sito, dove raccoglie le “Parole nuove”, e tra queste ha inserito e approfondito cringe, visto che è un termine diffuso sui social e molto usato soprattutto dai giovani (tra l’altro non è neanche un termine così nuovo, la prima attestazione risale al 2012).

Imbarazzati e imbarazzanti

Cringe deriva dall’inglese to cringe ed è il farsi piccolo davanti a una situazione imbarazzante che vede coinvolto un altro soggetto. E non indica solo e banalmente il disagio che una particolare situazione può suscitare in chi guarda, ma il suo significato rivela più profondamente il vedere un soggetto sbagliare o trovarsi in una circostanza ridicola, e reputare lo stesso e il suo errore imbarazzanti proprio perché l’osservatore è o si reputa culturalmente superiore, tanto da avere la convinzione di non poter mai essere coinvolto in quelle situazioni scomode. Ognuno di noi reagisce in modo diverso a ogni situazione, quello che è cringe per me, può non esserlo per un altro.
Tutti siamo stati colpiti dal cringe, centinaia di volte, senza magari sapere che nome dare a quella sensazione.

Il tavolino dell’Accademia della Crusca

È cringe ascoltare qualcuno che si congeda da un non vedente con l’espressione “Ci vediamo!”. È cringe vedere nostra nonna che cerca di fare una foto con uno smartphone mettendo l’apparecchio in orizzontale e riproducendo la gestualità che faceva attivare il meccanismo dello scatto della macchina fotografica, alzando e abbassando a uncino l’indice e cercando un pulsante che non esiste. È cringe per un insegnante o per un soggetto di media cultura, leggere qualcuno che su Facebook scrive e posta uno stato pubblico sgrammaticato. È cringe ascoltare un’intervista di un terrapiattista che motiva le sue particolari teorie. Ed è cringe dire che l’Accademia della Crusca inserisce a tavolino termini a caso e all’oscuro di tutti.

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