Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Ma spesso ci si azzecca. In ogni caso, ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo, come trattenersi dal dare uno sguardo all’intervista rilasciata dai due ribelli della casa reale alla regina dei talk show, Oprah Winfrey? Lo anticipo: questo articolo potrebbe risultare impopolare, visto che i temi toccati dalla consorte del principe Harry sono talmente ossitocinici e sono talmente in linea con il dibattito attuale che anche solo osare insinuare il sospetto che si tratti di uno spettacolo ben orchestrato potrebbe espormi al linciaggio. Quindi, userò qualcuna delle mie tecniche retoriche (ai più volenterosi il compito di scoprire quali) per commentare tale intervista offrendo questa volta non certezze semantiche ma spunti di riflessione a chi leggerà queste righe.

Voglio, fatta questa premessa, analizzare me stesso e confessare i miei peccati.

Confesso

Per prima cosa, dichiaro di non poter compiere una analisi rigorosa sui brani di intervista cui ho avuto accesso, poiché condizionato da un frame (ovvero da una cornice) molto invasiva, cioè il sapere che i Duchi che si sono lasciati intervistare da Oprah stanno trattando contratti milionari per progetti su Netflix e su Disney. Il mio cervello, cioè, a causa  di un bias cognitivo chiamato apofenia e che consiste nel mettere in correlazione due o più eventi che non necessariamente lo sono, ha fatto un rapido calcolo: diritti televisivi milionari in arrivo, progetti pure televisivi in arrivo, intervista con Oprah.

Il mio amico Paolo Stella direbbe che “il caso non esiste” ma, come dicevo, il mio cervello potrebbe essere vittima di un errore e la cosa mi indispettisce alquanto, visto che mi piace pensare di avere il pieno controllo delle mie funzioni mentali. Se lo avessi qui davanti, chiederei alla mia massa grigia, con asprezza: come hai potuto pensare che questa intervista sia stata studiata e orchestrata per questioni di immagine e incredibili ritorni commerciali?

Benedetto cervello, con i suoi bias e le sue trappole mentali.

Chiedo l’aiuto da casa

A questo punto, dopo aver sgridato il mio cervello per essere forse caduto in questa trappola, vorrei fare una breve pausa e chiedere l’aiuto da casa. Scelgo di chiamare in mio soccorso il celeberrimo Geroge Lakoff, massimo esperto della teoria dei frames, per chiedergli una cosa. I frame, ovvero le “cornici mentali”, ovvero i “pensieri nascosti compresi in parole e situazioni, che ci fanno comportare in un determinato modo senza che ce ne rendiamo conto”, funzionano solo con le parole o anche con altre variabili?

Cioè, chiederei con il capo cosparso di umile cenere, è possibile che indossare il bracciale della defunta mamma del consorte, che le era così legato, possa essere considerata una evocazione di frame, ovvero un richiamo inconscio a una situazione che, pur essendo molto diversa, sarebbe utile rendere simile a chi ascolta l’intervista?

Cioè: visto che il popolo amava Lady Diana, indossare il suo braccialetto può considerarsi una paraculata di proporzioni colossali o sono io malizioso che vedo una strategia cognitiva in un gesto casuale?

La stessa cosa chiederei anche a proposito del fatto che la duchessa abbia fatto molti riferimenti alla quasi da tutti compianta Lady D.: può essere che continuare a richiamare alla mente del pubblico la ex moglie del principe Carlo serva a richiamare alla mente una situazione specifica che porti il pubblico a pensare in un determinato modo, con una polarizzazione netta “Casa Reale cattiva – Meghan buona?”. Si tratterebbe di un meschino gioco politico, quindi speriamo proprio che non fosse questo l’intento, perché sfruttare il ricordo di una persona morta per produrre empatia con il pubblico sarebbe un espediente talmente trash che nemmeno Barbara D’Urso nei momenti migliori avrebbe potuto tanto.

E può essere, chiederei, che anche l’accenno all’aver perso la voglia di vivere (che non è suicidio, si badi bene, anche se il cervello di chi ascolta traduce arbitrariamente quella frase in quel modo, cosa che infatti Oprah ha fatto prontamente, in modo da essere lei a dire la parola e non la sua intervistata) possa evocare l’immagine di un’altra regina ribelle che la vita l’ha persa davvero?

Insomma, di chi si parlava in quell’intervista? Davvero non lo so, mannaggia, e anche questo pensiero mi tormenta un poco, lo confesso. Così come mi tormenta l’idea che Meghan non sapesse chi fosse il principe William e che non si sia presa la briga nemmeno di cercarlo in Google. Nell’epoca dei social, di Google (appunto) e della connessione 24/24, si tratta di una affermazione la cui veridicità, a parere di chi scrive, rasenta in termini percentuali la stessa cifra che descrive la percentuale di sodio nell’acqua Vitasnella.

Latenza nella risposta

Vorrei, a questo punto, chiedere un altro aiuto da casa, se possibile, perché ci sono alcune cose che proprio non so interpretare e mai mi azzarderei, in un editoriale, a prendere posizione su un tema che non padroneggio perfettamente. Ad esempio, vorrei chiedere a qualche esperto di comunicazione non verbale come mai la latenza nella risposta sia brevissima per quanto riguarda Meghan quando risponde a Oprah (la latenza nella risposta breve indica che la risposta è già pronta e sulla punta della lingua) e come mai invece l’espressione di sorpresa di quest’ultima, nel sentire parlare di razzismo, duri almeno dieci volte più di quel che dovrebbe durare se si trattasse di sorpresa autentica. Come se fosse, per l’appunto, un fake.

Chiederei anche come si possa parlare di temi così stressanti senza perdere di compostezza e adottando sempre la postura e l’espressione perfetta in ogni occasione, una rappresentazione che avrebbe potuto fare solo un’attrice preparata. Ah, già. Qui il mio cervello mi ricorda che lei è una attrice, ma io lo tacito e gli dico di non essere malizioso.

In ogni caso, non occupandomi io di comunicazione non verbale, pur avendo letto un paio di libri al riguardo, mi terrò il dubbio. Così come resterò nel dubbio per quel che riguarda l’accusa di razzismo, lanciata come una bomba nell’aria già incandescente a sconvolgere il pubblico in ascolto. Un tema decisamente attuale, non c’è che dire. Sarebbe stato bellissimo anche sapere chi sono i responsabili di tali orripilanti crimini, ma Meghan, che non è stata capace di scovare su Google informazioni sul nipote della Regina Elisabetta (mica il panettiere di un borgo sconosciuto di un paese pure lui sconosciuto, eh. Il principe Harry, proprio lui, sì, quello sempre in televisione, quello sulle copertine delle riviste di gossip, proprio lui) e che non sapeva che davanti a Sua Maestà ci si inchina, probabilmente non è stata in grado di scovare gli autori del misfatto, o li ha scordati, o si è fatta riguardo a nominarli (non avendone avuto per nominare qualsiasi altra persona, per inciso). Capita.

Leggi anche la risposta della Regina Elisabetta dopo l’intervista scandalo

Vizi linguistici

Infine, dopo tutte queste mie perplessità, una nota certa: posso affermare con ragionevole sicurezza che quando una persona utilizza avverbi e frasi come “onestamente”, “sinceramente”, “se devo dirti la verità” e così via, qualcosa da nascondere ce l’ha: o un vizio linguistico di cui non riesce a liberarsi, oppure qualche menzogna che vuole tenere segreta. Mi sembra doveroso parlarne, visto che Meghan usa “onestamente” proprio prima della risposta più importante che fornisce alla sua intervistatrice. Voi direste mai “onestamente” parlando di una cosa che per voi è sicura al mille per cento? No, vero? Ecco. Anche questo, comunque, magari, è proprio un caso e io sono vittima della mia apofenia. Oppure, chissà, è proprio come dice Paolo Stella. Ne sapremo forse di più al prossimo show.