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Referendum: perché la Consulta ha bocciato quelli su eutanasia, cannabis legale e giustizia. Le motivazioni

Svelate le motivazioni della Consulta dietro alla bocciatura del referendum sull'eutanasia, la cannabis e l'unico quesito sulla giustizia non approvato dalla Corte.
Referendum: perchè la Consulta ha bocciato quelli su eutanasia, cannabis legale e giustizia. Le motivazioni

Sono passate due settimane da quando la Consulta della Corte Costituzionale ha bocciato le proposte di referendum sull’eutanasia legale, la cannabis e quello sulla giustizia per la responsabilità diretta dei magistrati. Oggi sono state svelate le motivazioni dietro al no della Corte.

Referendum Eutanasia legale bocciato dalla Corte: la motivazione

Degli 8 quesiti referendari proposti alla Consulta, ne sono stati approvati solo 5 e tutti a tema giustizia. Tra gli esclusi, il più eccellente e sentito è senza dubbio quello sull’eutanasia legale promosso dall’Associazione Luca Coscioni. Era stato chiesto di depenalizzare il reato di omicidio del consenziente e di limitarlo ai soli casi in cui venga perpetrato a minori o persone incapaci di intendere e di volere o costrette.

La Corte, però, ha respinto il referendum e in un comunicato sono state rese note le motivazioni: “Priva la vita della tutela minima richiesta dalla Costituzione“, era stato detto, ma ora sono scesi nel dettaglio.

Il referendum è stato bocciato perché “avrebbe reso penalmente lecita l’uccisione di una persona con il consenso della stessa al di fuori dei tre casi di ‘consenso invalido‘” e “Così facendo, sarebbe stata sancita, al contrario di quanto attualmente avviene, la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido
consenso alla propria morte, senza alcun riferimento limitativo
“.

Secondo la Corte, quindi, “L’approvazione del
referendum, infatti, avrebbe reso lecito l’omicidio di chi vi abbia validamente consentito, a prescindere dai motivi per i quali il consenso è prestato, dalle forme in cui è espresso, dalla qualità dell’autore del fatto e dai modi in cui la morte è provocata
“. La Consulta ha sottolineato di nuovo che tocca al legislatore intervenire, perché la normativa “può essere pertanto modificata e sostituita, ma non puramente e semplicemente abrogata, senza che
ne risulti compromesso il livello minimo di tutela della vita umana richiesto dalla Costituzione
“.

Il referendum sulla cannabis inammissibile perchè contraddittorio

Il secondo grande tema sociale su cui si sperava di poter andare a votare, riguardava la legalizzazione della cannabis, o meglio l’abrogazione delle pene e sanzioni per la coltivazione, produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti. Un quesito ritenuto inammissibile dalla Corte in quanto “in contrasto con le Convenzioni internazionali e la disciplina europea in materia” nonché inidoneo allo scopo per mancanza di chiarezza e coerenza.

La Corte ha rilevato che la prima parte del quesito, circa l’eliminazione della parola “coltiva” dal Testo unico sugli stupefacenti, “farebbe venir meno la rilevanza penale anche della coltivazione delle piante da cui si estraggono le droghe pesanti (papavero sonnifero e foglie di coca)“. Per questo, “La richiesta referendaria […] avrebbe condotto quindi alla depenalizzazione della coltivazione di tutte le piante da cui si estraggono sostanze stupefacenti, pesanti e leggere“.

Inoltre, la Consulta ha ritenuto contraddittoria e fuorviante la seconda parte del quesito, “perché l’abrogazione della pena detentiva per le condotte aventi ad oggetto le sole droghe leggere avrebbe determinato una stridente antinomia con il trattamento sanzionatorio di analoghi fatti, ma di lieve entità“.

Infatti, “sarebbe rimasta comunque in vigore la pena congiunta della reclusione e della multa; ciò avrebbe finito per porre l’elettore di fronte a una scelta illogica e contraddittoria“.

La responsabilità diretta dei magistrati è “manipolativa, non chiara e inidonea

Infine, bocciatura anche per la richiesta di referendum sulla responsabilità diretta dei magistrati e giudici in caso di errori processuali.

Al momento, la legge prevede che in caso di errori sia lo Stato a rispondere. Il quesito però è stato ritenuto manipolativo, in quanto il quesito “attraverso l’abrogazione parziale della legislazione vigente, avrebbe introdotto una disciplina giuridica nuova, non voluta dal legislatore, e perciò frutto di una manipolazione non consentita“. Se fosse stato approvato, il referendum avrebbe quindi cambiato un passaggio della legge stravolgendone il senso della promulgazione.

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