
Carlo Calenda non risparmia critiche a Roberto Benigni dopo il monologo dell’attore dedicato alla condanna delle guerre, andato in onda nel salotto televisivo di Fabio Fazio. Il leader di Azione ha affidato ai social una presa di posizione netta, contestando l’impostazione generale del discorso e accusandolo di semplificare un tema che, a suo giudizio, richiede distinzioni profonde e responsabilità storiche.
Secondo Calenda, parlare di conflitti “in modo indistinto” rappresenta un errore grave, non solo sul piano politico ma anche morale. «Ogni volta che si parla di guerra in modo indistinto si compie un errore storico e morale», ha scritto il senatore, spiegando che esistono situazioni in cui la resistenza armata è una risposta necessaria a un’aggressione. Nel suo intervento, Calenda richiama esplicitamente il conflitto in corso nell’Europa orientale: «Gli ucraini che resistono ai Russi invasori non hanno nulla di volgare, al contrario ci insegnano l’amore per la libertà nello stesso identico modo in cui lo hanno insegnato i partigiani sulle montagne o i ragazzi americani e inglesi sulle spiagge della Normandia».
Ogni volta che si parla di guerra in modo indistinto si compie un errore storico e morale. Gli ucraini che resistono ai Russi invasori non hanno nulla di volgare, al contrario ci insegnano l'amore per la libertà nello stesso identico modo in cui lo hanno insegnato i partigiani… https://t.co/S9dPwo1XTW
— Carlo Calenda (@CarloCalenda) December 23, 2025
Libertà, guerra e memoria storica
Il punto centrale della critica riguarda il significato attribuito alla parola “guerra”. Per Calenda, non riconoscere la differenza tra aggressione e difesa equivale a cancellare il valore del sacrificio di chi combatte per la libertà. «Il discorso di Benigni è di una banalità sconcertante. Nulla è più grande, eroico e generoso che rischiare la propria vita per la libertà di un popolo», afferma ancora il segretario di Azione, sottolineando come la difficoltà a riconoscere questo valore sia, a suo avviso, un segnale allarmante: «Il fatto che non riusciamo più a riconoscere questa grandezza è sintomo di una malattia dell’anima che ci rende piccoli, meschini ed egoisti rispetto all’idea stessa di libertà».
Dall’altra parte, Roberto Benigni aveva scelto toni fortemente pacifisti, ribadendo una posizione radicale contro ogni forma di conflitto armato. «Ma come si fa a parlare di guerra ancora oggi, le armi dovrebbero essere messe in un museo», aveva detto l’attore, invocando un superamento definitivo della violenza come strumento di risoluzione delle controversie. «Vogliono umanizzare la guerra, ma la guerra non va umanizzata va abolita», aveva aggiunto, insistendo sull’incompatibilità tra guerra e civiltà.
Nel suo intervento, Benigni aveva anche richiamato la Costituzione italiana come riferimento etico universale: «La guerra non è una cosa malvagia è una volgarità immensa, le persone che la fanno sono volgari». E ancora: «L’incipit del nostro articolo 11, “l’Italia ripudia la guerra”, andrebbe messo in tutte le Costituzioni del mondo. Il mondo deve ripudiare la guerra per sempre, è un’indecenza. La guerra è una cosa orribile, un’immensa volgarità».
Il confronto tra le due visioni resta aperto e mette in luce una frattura profonda nel dibattito pubblico: da un lato l’utopia pacifista che sogna un mondo senza armi, dall’altro la convinzione che, in alcuni momenti storici, difendere la libertà significhi anche essere pronti a combattere.


