
L’inchiesta condotta dalla Procura di Genova, culminata in una complessa ordinanza del gip Silvia Carpanini, scoperchia un sistema radicato e consapevole di finanziamento a favore di Hamas operante sul territorio italiano. Al centro della vicenda si trova Mohammad Hannoun, figura di spicco delle associazioni pro Palestina, accusato di aver veicolato ingenti somme di denaro verso la Mugawama, ovvero la resistenza armata palestinese. Le prove raccolte dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia suggeriscono che la facciata degli aiuti umanitari servisse in realtà a coprire una struttura di supporto logistico e operativo per l’ala militare dell’organizzazione terroristica. Secondo i rilievi contabili, circa il 71 per cento dei fondi in uscita dalle associazioni monitorate non veniva impiegato per generi di prima necessità, bensì per sostenere l’apparato bellico e le famiglie dei martiri, elementi considerati dagli inquirenti come funzionali al mantenimento della lotta armata.
La consapevolezza della lotta
Le intercettazioni telefoniche rappresentano il pilastro dell’accusa, poiché rivelano come Hannoun e i suoi collaboratori fossero perfettamente a conoscenza della destinazione finale del denaro raccolto. In una conversazione emblematica, uno degli indagati descrive con estrema chiarezza la divisione dei compiti affermando che mentre loro in Italia si sacrificano offrendo soldi e tempo, i combattenti sul campo mettono in gioco il proprio sangue. Questa frase viene letta dagli inquirenti come la prova regina di un patto consapevole tra chi opera in Europa e chi esercita la violenza in Medio Oriente. Per la Procura, il supporto economico alle famiglie dei martiri non è un semplice gesto di carità sociale, ma un tassello fondamentale per garantire la tenuta del sistema terroristico, assicurando ai combattenti che i loro cari saranno accuditi in caso di morte o cattura.
I rapporti con i vertici
Un intero capitolo dell’indagine è dedicato ai legami diretti tra Mohammad Hannoun e le alte sfere di Hamas, in particolare con Ismail Haniyeh, il leader politico dell’organizzazione ucciso a Teheran nell’estate del 2024. Le carte documentano numerosi incontri ufficiali e privati, testimoniati da fotografie e conversazioni intercettate. In un dialogo risalente all’aprile del 2024, Hannoun confida alla moglie e alla figlia di essere stato convocato da Haniyeh, utilizzando il nome in codice Abu al Abed. Questo tipo di frequentazioni, secondo i magistrati, dimostra che Hannoun non era un semplice attivista indipendente, ma un ingranaggio interno all’organizzazione, capace di muoversi agilmente tra l’Italia e i centri di potere di Hamas a Doha e in Turchia per ricevere istruzioni dirette.
Il coinvolgimento di altre figure
L’inchiesta allarga il proprio raggio d’azione citando contatti con diverse personalità residenti in Italia, tra cui spicca il nome di Mohamed Shahin, imam di Torino, il quale pur non risultando indagato appare in diverse conversazioni monitorate. La preoccupazione degli indagati cresce esponenzialmente quando iniziano a sospettare di essere sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine. Il timore di subire perquisizioni e condanne pesanti porta il gruppo a discutere freneticamente di come occultare le prove. Gli indagati ipotizzano di distruggere i computer dell’ufficio, cancellare archivi digitali e trasferire i dati sensibili su memorie esterne da affidare a persone di fiducia, con l’ordine tassativo di non lasciare alcuna traccia compromettente delle transazioni finanziarie.
Il piano per la fuga
Di fronte alla pressione investigativa, Hannoun e i suoi complici avrebbero pianificato di trasferire l’intera operatività dell’associazione all’estero, identificando la Turchia come la base logistica ideale. L’indagato, disponendo di un passaporto turco e di proprietà immobiliari a Istanbul, stava organizzando il trasferimento definitivo della propria famiglia per sfuggire alla giustizia italiana. L’obiettivo era quello di continuare a raccogliere e inviare fondi ad Hamas da un territorio dove avrebbe potuto agire senza le restrizioni e i controlli imposti dalle autorità europee. Questo imminente pericolo di fuga ha spinto gli inquirenti ad accelerare le fasi dell’inchiesta per interrompere un circuito finanziario che permetteva di alimentare la guerra mascherandola da solidarietà internazionale.


