
Dalla prospettiva di un accordo di pace in “poche settimane” a un nuovo scambio di accuse tra Mosca e Kiev. La fragile speranza di un passo avanti diplomatico tra Russia e Ucraina si è dissolta rapidamente dopo il vertice di Mar-a-Lago tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, tenutosi domenica.
A riaccendere le tensioni è stato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che ha accusato l’Ucraina di aver attaccato con 91 droni una presunta villa di Vladimir Putin nella regione di Novgorod, definendo l’episodio una grave provocazione contro il Cremlino.
Secondo Mosca, la residenza sarebbe una delle più utilizzate dal presidente russo, impiegata per incontri riservati e periodi di isolamento fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. La struttura farebbe parte di una rete di uffici presidenziali identici, insieme a quelli di Novo-Ogaryovo e Sochi, progettati per confondere l’intelligence straniera.

Il complesso, costruito nel 1934 per Stalin, non avrebbe però riportato danni né feriti, secondo quanto riferito dalle autorità russe. Un dettaglio che ha alimentato ulteriori dubbi sulla ricostruzione fornita da Mosca.
La replica di Zelensky è stata immediata e durissima. «Questa è una tipica menzogna russa», ha dichiarato il presidente ucraino, accusando il Cremlino di voler sabotare il percorso diplomatico e giustificare un’ulteriore escalation militare.
Nonostante ciò, la Casa Bianca ha definito «positiva» una nuova telefonata tra Trump e Putin, avvenuta poche ore dopo un precedente contatto in vista del vertice con Zelensky. Il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov ha parlato di una possibile revisione della posizione russa, riferendo di un Trump «scioccato e indignato» e sollevato per «non aver fornito i missili Tomahawk a Kiev».
In conferenza stampa con Benjamin Netanyahu, Trump ha confermato il proprio malumore: «L’ho saputo da Putin, sono arrabbiato. Non va bene, non è il momento giusto». Poco dopo, Lavrov ha rilanciato sostenendo che il mandato di Zelensky è scaduto e che l’Ucraina dovrebbe tenere nuove elezioni, una tesi che, secondo Mosca, sarebbe condivisa anche dagli Stati Uniti.
Parallelamente, Zelensky e i negoziatori ucraini hanno intensificato i contatti con Washington, parlando con l’inviato speciale Steve Witkoff dei prossimi passi dei negoziati. Kiev sostiene di aver ricevuto dagli Usa garanzie di sicurezza “solide” per un periodo rinnovabile di 15 anni, considerate fondamentali per la stabilità del Paese.
Il presidente ucraino ha ribadito che restano irrisolti solo due nodi: la questione territoriale e il futuro della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Qualsiasi accordo, ha sottolineato, dovrà essere firmato da Ucraina, Russia, Stati Uniti ed Europa. Intanto, un recente sondaggio rivela che il 76% degli ucraini considera inaccettabile riconoscere i territori occupati da Mosca come russi in cambio della pace, confermando quanto il cammino verso la fine della guerra resti ancora in salita.


