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L’iceberg A23a diventa blu: il gigante di ghiaccio si sta disintegrando sotto i nostri occhi

Pubblicato: 12/01/2026 12:08

L’epopea dell’iceberg A23a sta per giungere al suo capitolo conclusivo dopo una storia durata ben quarant’anni. Questo gigante di ghiaccio, che per decenni ha detenuto il primato di più grande al mondo, sta attualmente attraversando una trasformazione visiva spettacolare quanto drammatica. Le immagini più recenti, catturate dalla Stazione Spaziale Internazionale e dai satelliti della NASA, mostrano una superficie dominata da un intenso colore blu. Non si tratta però di una caratteristica strutturale del ghiaccio antico, quanto piuttosto del segnale inequivocabile di una fusione accelerata che sta portando alla creazione di enormi pozze d’acqua dolce sulla sua sommità. Quello che un tempo era un massiccio bianco e impenetrabile, grande quasi quanto il Molise al momento del distacco, si è ora ridotto a una superficie paragonabile a quella della città di Roma e si appresta a svanire per sempre nelle acque dell’Atlantico.

La lunga deriva del gigante bianco

La storia di questo colosso ha inizio nel 1986, quando si staccò dalla piattaforma Filchner, una sezione della più vasta barriera di ghiaccio Filchner-Ronne in Antartide. Subito dopo la sua nascita, l’iceberg rimase incagliato sui fondali fangosi del Mare di Weddell, dove è rimasto immobile come un’isola artificiale per circa trent’anni. Solo nel 2023, grazie al progressivo assottigliamento causato dal calore oceanico e all’azione delle correnti, la massa di ghiaccio ha ritrovato la libertà di movimento. Il suo viaggio verso nord non è stato lineare, poiché è rimasto intrappolato per diversi mesi in un fenomeno oceanografico noto come colonna di Taylor, un vortice d’acqua che lo ha fatto ruotare su se stesso rallentandone la fuga verso acque più calde. Una volta liberatosi da questo ostacolo naturale, le correnti lo hanno spinto verso la Georgia del Sud, una zona ecologicamente sensibilissima dove la sua presenza ha rischiato di compromettere i percorsi migratori di foche e pinguini.

Il fenomeno cromatico che osserviamo oggi è dovuto a processi fisici specifici legati alla fusione del ghiaccio. A differenza degli iceberg blu primari, la cui colorazione dipende dalla densità del ghiaccio che assorbe la luce rossa, A23a mostra un azzurro vivido a causa dell’acqua di fusione intrappolata sulla sua superficie. I bordi rialzati dell’iceberg agiscono come le pareti di una gigantesca piscina, impedendo all’acqua dolce prodotta dal calore solare di defluire immediatamente nell’oceano. Questo accumulo idrico non è solo un dettaglio estetico, ma rappresenta un potente motore di distruzione meccanica. Il peso enorme dell’acqua preme infatti nelle fessure e nelle crepe già esistenti nel corpo ghiacciato, agendo come un cuneo che allarga le fratture e favorisce il distacco di nuovi frammenti, accelerando il collasso dell’intera struttura.

Verso il cimitero degli iceberg nell’Atlantico

Attualmente il colosso è entrato in quello che gli scienziati definiscono ironicamente il cimitero degli iceberg, una regione dell’Oceano Atlantico meridionale situata a est della Georgia del Sud. In quest’area le correnti oceaniche convogliano la maggior parte dei grandi blocchi di ghiaccio antartici, esponendoli a temperature dell’acqua decisamente più elevate, che in questo periodo si aggirano intorno ai 3 gradi. Per una massa di ghiaccio di queste proporzioni, tale temperatura rappresenta uno shock termico insostenibile. Se solo un anno fa la superficie residua era di circa tremila e cinquecento chilometri quadrati, i dati di gennaio 2026 confermano una riduzione drastica a soli mille e centoottantadue chilometri quadrati. Il processo di erosione è così rapido che gli esperti prevedono la totale disintegrazione del colosso entro la fine dell’estate australe.

La fine di A23a non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto di fragilità crescente delle piattaforme glaciali antartiche. Anche se questo specifico iceberg ha avuto una vita eccezionalmente lunga per via del suo lungo periodo di stasi sui fondali, la velocità con cui si sta frammentando una volta raggiunte le latitudini settentrionali è impressionante. I ricercatori del British Antarctic Survey monitorano costantemente questi movimenti, poiché il rilascio di enormi quantità di acqua dolce in mare può alterare temporaneamente la salinità locale e influenzare la catena alimentare marina. Con la scomparsa definitiva di quello che è stato un simbolo della maestosità polare, si chiude un’era durata quattro decenni, lasciando dietro di sé solo una scia di piccoli frammenti destinati a sciogliersi rapidamente nel mare aperto.

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