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Ia, non è fantascienza ma umanesimo digitale: parola di Federico D’Annunzio, erede del Vate

Pubblicato: 21/01/2026 13:38

L’intervista rilasciata da Federico D’Annunzio all’Adnkronos apre una finestra affascinante e profondamente filosofica sul futuro del rapporto tra l’umanità e le macchine. In occasione dell’uscita del suo saggio intitolato Habeas Corpus, edito da San Paolo, il discendente del Vate propone una visione che non si limita alla semplice analisi tecnologica, ma cerca di fondare un vero e proprio nuovo umanesimo digitale.

L’opera si pone l’obiettivo di rispondere alla domanda cruciale su chi diventeremo nell’era dell’intelligenza artificiale, partendo dal presupposto che questa tecnologia non sia un’entità estranea, bensì il risultato di un lunghissimo percorso storico e comportamentale dell’uomo. Secondo D’Annunzio, ci siamo preparati per millenni a questo stadio evolutivo, rendendo l’intelligenza artificiale una sorta di specchio in cui l’essere umano può finalmente riscoprire la propria bellezza e la propria aspirazione verso l’assoluto.

Il concetto di corpo esteso e la protezione dell’individuo

Al centro della riflessione di D’Annunzio troviamo la necessità di aggiornare il principio giuridico dell’Habeas Corpus, storicamente nato per proteggere l’integrità fisica del suddito o del cittadino. Nella società contemporanea, l’identità di un individuo non finisce più con il limite della sua pelle, ma si espande attraverso una rete infinita di dati, interazioni digitali e tracce tecnologiche. Questo insieme di informazioni costituisce il cosiddetto corpo esteso, una dimensione che richiede tutele legali inedite poiché rappresenta a tutti gli effetti la nostra presenza nel mondo moderno. La sfida del futuro prossimo consiste nel garantire che questo patrimonio digitale sia protetto con la stessa fermezza con cui proteggiamo la nostra incolumità fisica, evitando che la dispersione dei dati porti a una perdita della dignità personale.

Una patente di responsabilità per le intelligenze artificiali

Per bilanciare la crescita esponenziale delle macchine pensanti, l’autore introduce la figura dell’alias corpus, una sorta di identità giuridica destinata alle intelligenze artificiali. L’idea di fondo è che la tecnologia non debba essere temuta come un mostro fuori controllo, ma governata attraverso regole chiare che ne definiscano i doveri e le responsabilità. Attribuire una patente di responsabilità agli alias significa rendere le loro azioni verificabili e sanzionabili, impedendo che l’automazione diventi un paravento dietro cui nascondere mancanze etiche o danni sociali. Solo attraverso una governance strutturata sarà possibile far coesistere l’efficienza degli algoritmi con il rispetto dei diritti umani fondamentali.

Un muro invalicabile contro l’ibridazione tra uomo e macchina

Uno dei punti più radicali della tesi di D’Annunzio riguarda il rifiuto netto di qualsiasi forma di fusione biologica tra l’essere umano e la tecnologia. Egli propone l’istituzione di un muro invalicabile, una barriera normativa e culturale che vieti l’interferenza delle macchine nella vita organica. Questa posizione nasce dalla convinzione che la capacità di provare empatia, solidarietà e sentimenti profondi sia una prerogativa esclusiva della specie umana, un tesoro di bellezza che non può essere condiviso o ibridato. Preservare la purezza del corpo biologico significa difendere l’essenza stessa dell’uomo, impedendo che la tecnologia penetri nel nucleo sacro della nostra sensibilità e dei nostri processi vitali.

La transizione dall’antropocene verso l’era del neurocene

L’analisi si conclude con una previsione ambiziosa sul superamento dell’attuale epoca storica. Se oggi viviamo nell’antropocene, un periodo in cui l’uomo domina incontrastato il pianeta e ne modifica i processi geologici, il futuro ci condurrà verso il neurocene. In questa nuova era, l’equilibrio globale non sarà più centrato esclusivamente sulla volontà umana, ma sulla coabitazione armoniosa di tre diverse forme di intelligenza: quella umana, quella artificiale e quella della natura. Il neurocene rappresenta dunque un modello di collaborazione avanzata in cui l’ambiente e la tecnologia non sono più strumenti da sfruttare, ma partner di un ecosistema complesso finalizzato alla crescita collettiva e al raggiungimento di una nuova consapevolezza universale.

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