
La temperatura politica sale ancora una volta sotto la Mole. Torino torna al centro di una mobilitazione che intreccia università, centri sociali, attivismo pro-Palestina e una durissima polemica contro il governo guidato da Giorgia Meloni. Una miscela che, tra slogan incendiari e accuse di repressione, riapre una frattura mai rimarginata tra istituzioni, piazza e una parte del mondo antagonista cittadino.
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Torino e Askatasuna: l’università come palcoscenico politico
È da Torino, e in particolare da un’aula dell’Università “prestata” per l’occasione, che prende forma quella che viene presentata come una nuova chiamata alla mobilitazione contro il governo e contro quello che viene definito un clima repressivo crescente. In prima linea ci sono i giovani del centro sociale Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre, affiancati da attivisti pro-Palestina. Lo slogan scelto è esplicito: “riprendersi Torino”, una formula che suona come una rivendicazione politica ma che, per molti osservatori, assume contorni apertamente minacciosi.
Tra gli interventi, riporta Libero, spicca quello di Brahim Baya, storico collaboratore di Hannoun, figura di riferimento della galassia pro-Gaza italiana arrestato a fine 2025 con l’accusa di essere il referente di Hamas in Italia e di aver trasferito fondi raccolti da associazioni “benefiche” direttamente all’organizzazione terroristica palestinese. Il legame politico con Askatasuna viene rivendicato senza ambiguità. Lo sgombero dello stabile di corso Regina Margherita viene descritto come “un messaggio a tutte noi e a tutti noi. A chi sciopera, a chi costruisce solidarietà con gli oppressi dall’Occidente e con gli alleati in Palestina e ovunque nel mondo – arringa i presenti Baya -. A chi prova a organizzare la resistenza qui, nel cuore dell’Occidente”.

Torino, repressione e retorica anti-Meloni
Il registro degli interventi si fa via via più duro. “Se alzi la testa paghi. Io lo so bene perché da mesi io e la mia comunità islamica italiana siamo sotto attacco mediatico e politico continuo. Indicati come nemico interno, minacciati di deportazione, di ghettizzazione, di apartheid”. Parole che non fanno alcun riferimento alle violenze di piazza che, negli ultimi mesi, hanno accompagnato diverse manifestazioni riconducibili ad Askatasuna e all’area pro-Pal nel capoluogo piemontese.
Secondo Baya, “È così che funziona la repressione in Italia oggi. Non parte dai tribunali, ma parte dai giornali, dai post, dai politicanti nostalgici del fascismo e del nazismo. Quello che stiamo vivendo non è solo una fase di governo autoritario, è un cambio storico. L’Occidente ha riscoperto la guerra, il colonialismo, la repressione interna, galvanizzato in questo dal sionismo politico e dal messianismo evangelico che parla apertamente di terra promessa, del genocidio, dell’ecocidio come destino per l’umanità”.
Un impianto ideologico che viene letto come funzionale a un attacco diretto a Giorgia Meloni e al suo esecutivo. “Si normalizza la repressione, i decreti di sicurezza, le indagini per terrorismo, gli sgomberi, la criminalizzazione dei movimenti, le leggi Bavaglio camuffate da antisemitismo”. Accuse che si inseriscono in una narrazione più ampia, dove il conflitto internazionale viene saldato alle dinamiche della politica interna italiana.

Torino verso il 31 gennaio: la risposta politica e la tensione in città
Dal fronte opposto, la reazione non si fa attendere. Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, interviene con parole nette: “Da torinese dico che la città non è mai stata loro, la città è dei torinesi che meritano di vivere in una città sicura dove non ci sono corpi che utilizzano qualunque tipo di manifestazione per infiltrarsi e per aggredire le forze dell’ordine. Ferma la libertà di manifestare non c’è la libertà di aggredire e purtroppo Askatasuna è ricordata per questo”. Il riferimento è all’assemblea nazionale di Askatasuna svoltasi al Campus Einaudi di Torino, in preparazione della manifestazione prevista per il 31 gennaio.
Montaruli aggiunge un monito all’amministrazione comunale: “Auspico che l’amministrazione comunale non torni nell’idea malsana di consegnare lo stabile di Askatasuna, al di là dei garanti, alle persone che l’hanno occupato fino adesso, perché, come hanno dimostrato le operazioni di polizia, l’immobile continuava a essere occupato e quindi questo svilisce la credibilità di chiunque che aveva già fatto parte di quella bozza di accordo di continuare su quella strada”.
Per quella data sono annunciati tre diversi cortei. Un elemento che alimenta le preoccupazioni della politica regionale. “Sabato hanno chiamato a raccolta, utilizzando l’Università come una loro dependance, tutti i centri sociali più violenti d’Italia che hanno già promesso, rivendicandolo, che vengono a portare il caos”, sottolinea Maurizio Marrone, assessore piemontese alle Politiche sociali ed esponente di FdI. “Se sono questi i giovani che dovrebbero portare il loro contributo di volontariato ai quartieri come Vanchiglia, allora noi diciamo, e credo lo dica anche la stragrande maggioranza dei torinesi, ‘no grazie’”. Marrone contrappone a questo modello quello dei giovani impegnati nel servizio civile, “focalizza l’impegno nel contrasto alla droga, allo spaccio e al degrado dei quartieri”.


