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Mega-ciclone Harry e onda record nel Canale di Sicilia: cosa racconta davvero il dato storico

Pubblicato: 22/01/2026 14:27

Il mega-ciclone Harry entra negli annali della meteorologia mediterranea per un dato che ha fatto il giro del mondo: nel pomeriggio di martedì 20 gennaio 2026 è stata registrata un’altezza d’onda massima di 16,66 metri nel Canale di Sicilia, tra Portopalo di Capo Passero e Malta. Si tratta del valore più alto mai misurato strumentalmente nel Mediterraneo e in Europa.
Il dato, rilevato da una boa ondametrica della rete nazionale, supera nettamente il precedente record europeo di 14,2 metri, registrato in Spagna durante la tempesta Gloria del 2020. Ma la portata scientifica dell’evento va ben oltre il primato numerico e richiede una lettura attenta, lontana da scorciatoie interpretative e allarmismi climatici, come ha ben raccontato l’ottimo Peppe Caridi sul portale Meteoweb.

Un evento estremo, ma spiegabile

L’onda record non è stata un fenomeno isolato. Per oltre due giorni, Sicilia meridionale e orientale, Calabria ionica, Sardegna meridionale e isole Eolie sono state colpite da mareggiate eccezionali, con danni ingenti alle infrastrutture costiere.
Alla base del fenomeno vi è una combinazione ben definita di fattori atmosferici estremi e caratteristiche geomorfologiche del bacino. Il mega-ciclone Harry ha generato un fetch molto esteso, cioè una vasta superficie marina su cui il vento ha soffiato a lungo con intensità e direzione costanti, trasferendo enormi quantità di energia dall’atmosfera al mare.
Il valore di 16,66 metri si riferisce all’altezza massima dell’onda (Hmax), ossia la distanza verticale tra la cresta più alta e il cavo più profondo registrati durante il campionamento. Un dato reso possibile dalla precisione dei moderni sensori inerziali, capaci di misurare il moto ondoso con frequenze elevatissime e trasmettere le informazioni in tempo reale.

L’altezza delle onde misurata dalla boa Ispra nel canale di Sicilia tra il 18 e il 20 gennaio scorsi

Serie storiche troppo brevi per parlare di “mai visto”

È fondamentale collocare questo record nel giusto contesto temporale. La misurazione strumentale sistematica delle onde nel Mediterraneo è una pratica relativamente recente: le prime reti di boe fisse risalgono alla fine degli anni Ottanta. In Italia, la rete nazionale è operativa dal 1989.
Ciò significa che disponiamo di meno di 40 anni di dati affidabili, un intervallo estremamente breve dal punto di vista climatologico. Prima di allora, le informazioni sulle tempeste marine derivavano da osservazioni visive, resoconti dei naviganti o ricostruzioni indirette basate sulla pressione atmosferica, tutte fonti inevitabilmente imprecise.
Il moto ondoso, inoltre, non lascia tracce fisiche permanenti. A differenza delle alluvioni o delle eruzioni, non è possibile stabilire con certezza l’altezza di una singola onda verificatasi secoli fa. Per questo, il record del 2026 va letto come il più alto mai misurato, non come il più alto mai avvenuto.

Il ruolo chiave del gradiente barico

La causa principale dell’evento va ricercata nella configurazione sinottica che si è instaurata sul Mediterraneo centrale. Il fattore determinante è stato il gradiente barico eccezionale tra il cuore del ciclone Harry, posizionato a sud della Sicilia, e l’anticiclone di blocco Christian, stabilmente ancorato sui Balcani.
La differenza di pressione, superiore ai 45 hPa, ha compresso le isobare in modo estremo, generando venti di tempesta persistenti. L’anticiclone ha agito come una vera e propria barriera atmosferica, impedendo al ciclone di muoversi e costringendo il flusso d’aria a incanalarsi in un corridoio ristretto. Il risultato è stato un trasferimento di energia cinetica verso la superficie marina senza precedenti recenti.

Record sì, ma solo da quando possiamo misurarlo

Definire l’onda di 16 metri come un evento “inedito” è scientificamente scorretto. Più corretto è affermare che si tratta del valore massimo registrato da quando esistono strumenti adeguati. La nostra capacità di osservazione è oggi infinitamente superiore rispetto al passato: satelliti, radar e boe intelligenti intercettano ogni picco, riducendo drasticamente il cosiddetto bias di osservazione.
Le cronache storiche e i registri navali dei secoli scorsi raccontano tempeste invernali capaci di devastare porti, abbattere fortificazioni costiere e distruggere intere flotte. È plausibile che onde di dimensioni paragonabili, se non superiori, si siano già verificate, semplicemente senza poter essere misurate.

Nessun allarmismo climatico, ma realismo scientifico

La fisica delle onde prevede che eventi estremi rientrino nella variabilità naturale del sistema atmosferico. In presenza di un gradiente barico così marcato, il raggiungimento di altezze eccezionali è coerente con i modelli teorici.
Attribuire automaticamente il singolo evento al cambiamento climatico è improprio: i trend climatici si analizzano su scale temporali di decenni e su aree geografiche vaste, non su un episodio isolato. Il dato di 16,6 metri non è un segnale apocalittico, ma un promemoria della potenza intrinseca dei sistemi atmosferici classici.
Piuttosto, l’evento richiama alla necessità di progettare le infrastrutture costiere tenendo conto non di una breve serie storica di quarant’anni, ma della memoria lunga di un mare che, nei secoli, ha già dimostrato di saper essere ancora più feroce.

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Ultimo Aggiornamento: 22/01/2026 14:29

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