Tra le classi dirigenti politica e è ormai acquista l’idea che il “modello scandinavo” abbia anticipato un nuovo paradigma nella gestione dell’immigrazione. Non si tratta, del resto, di un fenomeno isolato. Più volte nel corso dei decenni, i Paesi nordici sono diventati un punto di riferimento per una diversa concezione delle politiche pubbliche. Era infatti già accaduto con l’affermazione di uno Stato sociale forte, con il mercato del lavoro, reso flessibile e con forti capacità di tutela per i lavoratori, e con una capacità amministrativa diventata molto efficiente perché sostenuta da investimenti che hanno reso possibile l’analisi dei dati e una costante motorizzazione delle politiche pubbliche.
Molti studiosi hanno individuato un filo conduttore costante nelle innovazioni politiche che hanno reso possibile e così celebre il “modello scandivano” nel dibattito europeo. Anche la gestione dell’immigrazione si inserisce nel contesto di una filosofia ben consolidata, resa concreta da uno welfare state solido, da un mercato flessibile e dalla storia politica scandinava nel suo complesso.
Le analisi prodotte dai Think Thank e dalle istituzioni europee, tuttavia, sono molto caute quando si parla di esportare, soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale semplicemente questo modello. Il motivo è chiaro: la gestione di flussi migratori secondo la logica scandinava non è il risultato di singole misure, ma è invece l’esito di un lungo processo storico e politico, fondato su istituzioni forti e su una coesione sociale altrettanto robusta.

COPENAGHEN, ESPRESSIONE DEL MODELLO SCANDINAVO
In Danimarca la questione migratoria si inserisce all’interno di una politica strutturata e dichiaratamente orientata verso la tutela del welfare e alla sua sostenibilità. Copenaghen sotto questo profilo, è vista da Bruxelles come un laboratorio particolarmente efficiente: molte delle misure che oggi vengono discusse a livello europeo sono state sperimentate proprio in Danimarca.
L’esigenza di concretizzare un cambio di paradigma nella lettura dei flussi migratori non viene dal nulla ma è il risultato di una serie di trasformazioni coerenti con il funzionamento del sistema danese. Uno stato sociale così forte, per esempio, può essere sostenuto solo se chi vi accede contribuisce in modo attivo e rapido. L’immigrazione così non viene più interpretata come un diritto incondizionato ma solo come procedura compatibile con il funzionamento dello stato sociale. Nella vita quotidiana questo concetto si traduce con Il fatto che i nuovi arrivati devono partecipare a programmi di integrazione, apprendimento linguistico e inserimento lavorativo.
Le condizioni che rendono possibile questa impostazione sono il frutto di investimenti di lungo periodo: i precedenti investimenti su entità amministrative, sulle politiche attive del lavoro, sui corsi di formazione e i programmi di attivazione obbligatoria, hanno permesso di fare del lavoro il principale strumento e criterio di gestione dei problemi derivanti dalla crisi migratoria.
Nel “modello scandinavo” e in particolare quello danese, insieme all’elevata partecipazione fiscale dei cittadini, è la prima espressione algebrica che rende sostenibile l’equazione del welfare state.
Sono queste le condizioni per cui, secondo molti studiosi, il sistema non è facilmente esportabile poiché presuppone uno stato forte, amministrazione efficiente e un alto livello di fiducia sociale.
LA REVISIONE DEL DIRITTO DI ASILO
Il fatto che l’amministrazione danese sia diventata un modello europeo, tuttavia, non significa che le nuove politiche siano esenti da critiche. Negli ultimi anni infatti si sono verificati alcuni strappi significativi rispetto agli approcci adottati da altri paesi europei.
Questo è accaduto in particolare quando la Danimarca ha ridotto l’idea di diritto di Asilo come un percorso automatico verso una residenza stabile. La protezione internazionale, invece, è sempre più concepita come temporanea e, venute meno le condizioni del rischio, lo stato danese considera legittimo il ritorno del migrante al paese d’origine. Come riportato dal “Il post”:” “a partire dal 2019 la Danimarca è diventata i primo paese dell’Unione Europea a privare alcuni rifugiati siriani del permesso di soggiorno, dopo aver dichiarato come zona sicura la zona di Damasco, la capitale della Siria”. Secondo questa legge infatti i richiedenti asilo arrivati sul territorio nazionale possano essere trasferiti in Paesi terzi (anche extra UE), dove viene esaminata la loro domanda di protezione internazionale. In caso di esito positivo, la persona ottiene il diritto di rimanere nel Paese ospitante, ma non quello di entrare o stabilirsi in Danimarca. Qualora la richiesta venga respinta, è lo Stato terzo a occuparsi del rimpatrio o dell’allontanamento del richiedente. lo Stato danese così riconosce che una persona ha bisogno di protezione, ma sostiene che questa protezione possa essere garantita in un altro Paese considerato “sicuro”, senza che ciò comporti l’accesso al welfare, al mercato del lavoro e alla cittadinanza danese. La Convenzione di Ginevra, ovvero il trattato internazionale che definisce chi è rifugiato, non obbliga uno Stato a concedere asilo sul proprio territorio, ma obbliga a non rimandare una persona verso un luogo dove rischia persecuzioni.
Nel modello danese la protezione internazionale viene così concettualmente separata dal diritto di ingresso e di residenza sul territorio nazionale: l’asilo è garantito come tutela umanitaria, ma non come accesso automatico allo Stato sociale danese, svuotando il concetto di diritto d’asilo del suo contenuto tradizionale.
Nonostante questa procedura non è ancora pienamente operativa, dal momento che necessita di accordi tra stati partner, la nuova legge è oggetto di forti preoccupazioni. Anche la commissione europea si è fatta portavoce di queste critiche, dichiarando che tali procedure non sono considerate ammissibili né dal diritto dell’Unione Europea né dal nuovo patto per la migrazione e l’asilo che mantiene la responsabilità dell’esame delle richieste in capo agli Stati membri.
“BENVENUTI AL NORD”

La Danimarca ha però mostrato una notevole compattezza nel difendere il proprio approccio. La forza della Danimarca, ma anche dei paesi scandinavi in generale, risiede nel fatto che il tabù dell’accoglienza illimitata è stato messo in discussione non solo dalla destra, ma anche dai partiti socialdemocratici e dai progressisti. Il problema dell’immigrazione non viene infatti presentato come una questione morale, accogliere o non accogliere, ma come una questione amministrativa e sistemica: “il nostro sistema regge o non regge?“
Oggi la Danimarca è guidata dai socialdemocratici, guidati da Mette Frederiksen, che hanno approvato una nuova riforma che in linea di principio prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi. Il governo danese intende così rendere più immediata l’attuazione delle decisioni in materia di espulsione e rimpatrio, rafforzando il ruolo dell’autorità amministrativa rispetto a quello dei tribunali. L’obiettivo è che i provvedimenti producano effetti immediati, senza essere automaticamente sospesi dall’apertura di un contenzioso giudiziario. Il controllo dei giudici non verrebbe eliminato, ma spostato a una fase successiva all’esecuzione dell’atto. In questo modo l’azione dello Stato diventerebbe più rapida e prevedibile, soprattutto nei casi legati all’ordine pubblico o alla cessazione delle condizioni di protezione. La scelta riflette la volontà di privilegiare l’efficacia amministrativa, pur mantenendo un controllo giurisdizionale ex post.
A riguardo, il ministro dell’integrazione e dell’immigrazione Rasmus Stoklund, ha fornito alcuni dati: negli ultimi quindici anni, 315 cittadini stranieri provenienti da paesi extra-UE, sono stati condannati a pene superiori a un anno senza essere espulsi”. I dati citati dal ministro sono coerenti all’approccio e al rafforzamento dell’efficacia delle politiche di rimpatrio. La visione politica danese si riflette anche nei dati sulla popolazione: secondo il “centro nazionale danese per l’integrazione” la popolazione della Danimarca è costituita dal 95% da autoctoni, dal 3% da persone emigrate in Danimarca e infine dal 2% discende da genitori danesi. Il percorso verso la cittadinanza poi resta fortemente selettiva. Per ottenerla devi infatti passare al vaglio di una test di integrazione molto restrittivo che si basa sull’inclusione individuale, sull’acculturazione e su un modello che non si basa sul riconoscimento dell minoranze e che solo in casi eccezionali ammette diritti e rivendicazioni culturali. Il risultato è chiaro solo un quarto degli stranieri ha ottenuto la cittadinanza.

IL MODELLO DANESE E IL MODELLO FRANCESE
Il paragone con la Francia consente di comprendere con maggiore precisione la natura del modello danese. Il sistema francese resta ancorato a una concezione repubblicana e universalista dell’integrazione, che affida alla cittadinanza e all’uguaglianza formale il compito di assorbire le differenze. In questo quadro, l’intervento pubblico tende a essere reattivo, concentrato sulla gestione delle tensioni sociali e sulla sicurezza più che sulla prevenzione strutturale. La Danimarca, al contrario, ha scelto un approccio esplicitamente amministrativo e selettivo, in cui l’integrazione è subordinata a criteri concreti come lavoro, lingua e partecipazione attiva. Qui lo Stato interviene prima che le fratture sociali si consolidino, legando immigrazione e welfare in un unico sistema di governo. Ne emergono due modelli distinti: uno che punta sull’universalismo giuridico come strumento di coesione, l’altro che privilegia la sostenibilità del patto sociale attraverso regole rigide e verificabili.


