
La presa di posizione di Antonio Di Pietro in vista del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo rappresenta un punto di svolta non solo per la campagna elettorale, ma per la narrazione storica della magistratura italiana. L’uomo che ha incarnato la stagione di Mani Pulite, il simbolo dell’accusa che ha scardinato la Prima Repubblica, sceglie oggi di schierarsi per il Sì alla separazione delle carriere. Non si tratta di un cambio di casacca o di un cedimento ideologico, bensì di una maturazione dettata dalla consapevolezza che il sistema giudiziario attuale non gode più della fiducia incondizionata dei cittadini. La sua scelta si fonda sulla necessità di completare quel percorso iniziato nel 1989 con il passaggio al sistema accusatorio, una riforma che richiedeva fin dall’inizio che chi accusa e chi giudica appartenessero a mondi professionali distinti.
La coerenza di un percorso professionale
L’ex magistrato del pool di Milano giustifica la sua conversione partendo dalla propria esperienza diretta nelle aule di tribunale. Per anni, la prudenza di Di Pietro è stata dettata dal timore che una riforma del genere potesse essere utilizzata come un’arma impropria per mettere la magistratura sotto il controllo del potere esecutivo. Quell’ombra, che egli identifica con la stagione politica di Silvio Berlusconi, sembra oggi svanita lasciando spazio a una valutazione tecnica e democratica. Di Pietro rivendica con forza che la proposta di separare le carriere non è una bandiera della destra, ma un progetto che affonda le radici nella storia del centrosinistra e dell’Ulivo, citando esplicitamente i lavori della Commissione Bicamerale guidata da Massimo D’Alema. Votare Sì significa dunque dare attuazione a una visione di giustizia moderna e liberale che è stata ostaggio per troppo tempo dello scontro tra politica e toghe.
Il nucleo centrale della critica mossa da Di Pietro riguarda il rapporto, spesso troppo simbiotico, tra il Pubblico Ministero e il Giudice per le Indagini Preliminari. Nel sistema attuale, entrambi appartengono alla stessa carriera, condividono percorsi formativi, concorsi e spesso la stessa appartenenza associativa. Secondo l’ex pm, questa vicinanza trasforma il giudice in una sorta di esecutore delle volontà dell’accusa, riducendo la terzietà a un concetto astratto. La separazione delle carriere serve a garantire che l’arbitro sia realmente equidistante dalle parti. Il cittadino deve avere la certezza che il giudice non sia un collega d’ufficio della persona che lo sta accusando, ma un soggetto terzo che valuta con distacco le prove portate in aula. Solo dividendo fisicamente e professionalmente le due funzioni si può assicurare il giusto processo sancito dalla Costituzione.
La lotta contro il potere delle correnti
Un altro punto fondamentale della riflessione di Di Pietro riguarda la gestione interna della magistratura, oggi dominata da quelle che lui definisce le logiche di una bocciofila politicizzata. L’Associazione Nazionale Magistrati è finita nel mirino per il peso eccessivo esercitato dalle correnti, che influenzano nomine, promozioni e decisioni disciplinari. Questo meccanismo ha creato un sistema di potere parallelo che ha minato la credibilità dell’intero corpo giudiziario. Per contrastare questo fenomeno, Di Pietro sostiene con convinzione l’introduzione del sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Si tratta di un meccanismo radicale ma necessario per spezzare il vincolo di gratitudine che lega l’eletto ai propri elettori. Se un magistrato arriva al CSM per estrazione, non deve favori a nessuno e può operare con una libertà di giudizio che oggi è soffocata dal clientelismo associativo.
La difesa dell’autonomia e dell’indipendenza
Contro le voci che paventano un Pubblico Ministero asservito al Governo, Di Pietro risponde smontando quelle che definisce false narrazioni. La riforma non tocca i pilastri dell’indipendenza del magistrato, che resta soggetto soltanto alla legge. Il pm non diventerà mai un poliziotto alle dipendenze del Ministero dell’Interno, perché la sua figura rimarrà ancorata alle garanzie costituzionali. L’obiettivo è invece quello di rendere l’accusa più responsabile e il giudizio più imparziale. La vera truffa delle toghe, secondo l’ex magistrato, è far credere ai cittadini che mantenere lo status quo sia una garanzia di democrazia, quando in realtà serve solo a preservare i privilegi di una casta che non vuole sottoporsi a cambiamenti strutturali.
Infine, Di Pietro pone l’accento sul dato drammatico del crollo di popolarità della magistratura italiana. Se ai tempi di Mani Pulite il consenso popolare superava il novanta per cento, oggi meno della metà degli italiani nutre fiducia nei confronti dei giudici. Questo distacco è un segnale di allarme per la tenuta democratica del Paese. Rimanere ancorati al No significa, secondo l’ex leader di Italia dei Valori, accettare un lento declino che allontanerà sempre di più il popolo dalla giustizia. Il voto di marzo non deve essere interpretato come un plebiscito sul governo in carica, ma come un’occasione unica per restituire trasparenza e dignità alle istituzioni giudiziarie. Sostenere il Sì è l’ultimo atto di coerenza di un uomo che ha dedicato la vita alla legalità e che ora vede nella riforma l’unico modo per salvarla dalle sue stesse ombre interne.


