
Il fermo amministrativo della nave umanitaria Sea Watch 5 è stato annullato con un provvedimento d’urgenza dal tribunale di Catania. Una decisione che, pur non producendo effetti pratici immediati – il blocco era già giunto alla naturale scadenza – interviene nel merito della misura disposta a fine gennaio e riaccende il confronto sul cosiddetto decreto Piantedosi.
La nave dell’ong tedesca Sea-Watch era stata fermata insieme a una sanzione amministrativa da 7.500 euro con l’accusa di aver effettuato un soccorso in mare di 18 persone senza coordinarsi con le autorità libiche. Una ricostruzione contestata dall’equipaggio, che aveva denunciato di essere stato intimidito via radio e invitato ad allontanarsi dall’area nonostante l’intervento fosse avvenuto in acque internazionali.
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Il provvedimento del tribunale di Catania
Il giudice etneo ha disposto la sospensione del fermo con un atto adottato “inaudita altera parte”, formula che indica un intervento urgente in assenza di contraddittorio immediato con l’amministrazione. Le motivazioni non sono ancora state rese note, ma la decisione si inserisce in una serie di pronunce che negli ultimi mesi hanno messo in discussione l’applicazione delle norme introdotte dal governo per regolamentare l’attività delle ong impegnate nel Mediterraneo centrale.
Secondo quanto sostenuto dalla difesa dell’organizzazione, la richiesta di coordinamento con le autorità libiche sarebbe stata incompatibile con la situazione concreta e con il quadro giuridico internazionale. Più volte, infatti, tribunali italiani hanno affermato che la Guardia costiera e il centro di coordinamento del soccorso marittimo libici non possono essere considerati interlocutori pienamente legittimi per operazioni di salvataggio.

Il contesto delle tensioni nel Mediterraneo
Negli ultimi anni le organizzazioni civili attive nella ricerca e soccorso hanno denunciato episodi di minacce e intimidazioni provenienti da milizie e motovedette libiche. Tra i casi più noti figura quello della SOS Méditerranée con la nave Ocean Viking, oggetto di colpi d’arma da fuoco nel settembre scorso. In questo clima è nata la Justice Fleet, una coalizione di tredici ong che hanno annunciato la scelta di non interloquire con attori libici per ragioni di sicurezza e di tutela dei diritti umani.
La sentenza del tribunale di Catania arriva inoltre a breve distanza dalla decisione del tribunale di Palermo che ha riconosciuto un risarcimento all’ong per il fermo ritenuto illegittimo della Sea-Watch 3 nel 2019, vicenda legata al caso di Carola Rackete. Un precedente che continua a pesare nel dibattito politico.

Le reazioni politiche
La pronuncia etnea rischia di alimentare nuove polemiche tra magistratura ed esecutivo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva recentemente criticato alcune decisioni giudiziarie in materia di immigrazione, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di possibili pregiudizi politici da parte di una parte della magistratura, intervenendo in televisione dopo la sentenza di Palermo.
Il confronto ruota attorno all’equilibrio tra controllo dei flussi migratori, sicurezza e rispetto del diritto internazionale del mare. Con l’annullamento del fermo della Sea Watch 5, il tema torna al centro del dibattito pubblico e istituzionale, in un clima già segnato da tensioni tra governo e toghe.
La partita giuridica non è conclusa: si attendono le motivazioni del tribunale di Catania, che potrebbero offrire indicazioni più precise sull’interpretazione delle norme contestate. Intanto, la decisione segna un nuovo capitolo nello scontro tra autorità amministrative e organizzazioni umanitarie impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo.


