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Assegno unico 2026, aumenti minimi e regole certe: la sfida è farne una vera politica strutturale per la natalità

Pubblicato: 20/02/2026 16:12

L’adeguamento dell’assegno unico per il 2026 è arrivato puntuale, con un incremento dell’1,4% in linea con l’inflazione registrata dall’Istat. Una crescita contenuta, quasi simbolica: pochi euro in più al mese, qualche decimale che si somma alle tabelle e aggiorna le soglie ISEE. Per i nuclei con indicatore fino a 17.468,51 euro, l’importo massimo supera di poco i 204 euro mensili per figlio; per chi supera i 46.582,71 euro o non presenta l’ISEE, si resta intorno ai 58 euro. È un adeguamento automatico, previsto dalla legge istitutiva della misura, e questo è un bene. In un Paese dove troppe prestazioni sociali sono rimaste per anni ferme al palo, l’indicizzazione è un presidio di civiltà amministrativa. Ma non raccontiamoci che si tratti di una riforma nella riforma. È manutenzione ordinaria. Necessaria, certo. Sufficiente, no. L’assegno unico, nato per razionalizzare e rendere universale il sostegno alle famiglie con figli, continua a muoversi dentro margini finanziari prudenti. Prudenza comprensibile in una finanza pubblica sotto pressione, ma che rischia di rendere la misura più un correttivo redistributivo che una leva strutturale per invertire il declino demografico.

Universalismo selettivo e architettura ISEE

La forza dell’assegno unico sta nella sua architettura: universalismo temperato dall’ISEE, modulazione per numero di figli, età, condizione di disabilità, presenza di due percettori di reddito, madri under 21, famiglie numerose. Una griglia complessa ma coerente con l’idea di equità verticale. Il meccanismo è chiaro: tre fasce sostanziali, con una soglia piena fino a 17.468,51 euro, una fascia decrescente fino a 46.582,71 euro, e oltre questa l’importo minimo. A ciò si sommano maggiorazioni rilevanti: incremento del 50% per i figli sotto l’anno di età, ulteriore 50% per i nuclei con almeno tre figli tra uno e tre anni e ISEE medio-basso, maggiorazione forfettaria di 150 euro per le famiglie con quattro o più figli. È una struttura che premia la natalità e tutela la fragilità. Tuttavia, l’uso dell’ISEE come perno esclusivo continua a porre interrogativi: fotografa il reddito disponibile ma non sempre intercetta pienamente il costo reale dei figli nei contesti urbani ad alta pressione abitativa. In altre parole, la misura è redistributiva ma non sempre territoriale. Un’agenda riformista dovrebbe interrogarsi su correttivi che tengano conto del diverso costo della vita tra aree del Paese, senza scardinare l’impianto nazionale.

Pubblica amministrazione: continuità e responsabilità

Sul piano amministrativo, la conferma del rinnovo automatico per le domande già accolte rappresenta un passo avanti nella semplificazione. Non serve ripresentare l’istanza ogni anno: l’INPS procede d’ufficio, salvo decadenze o revoche. È un segnale di maturità della pubblica amministrazione digitale, che riduce oneri burocratici e costi di transazione per i cittadini. Resta però la responsabilità, in capo alle famiglie, di aggiornare la DSU e quindi l’ISEE entro il 28 febbraio per evitare il pagamento dell’importo minimo da marzo. Chi trasmette l’ISEE entro il 30 giugno può recuperare gli arretrati; oltre quella data, niente conguagli. Le scadenze sono chiare, ma la loro rigidità impone un salto di qualità nell’informazione istituzionale. Uno Stato liberale non è solo quello che eroga prestazioni, ma quello che mette i cittadini nelle condizioni di esercitare i propri diritti senza inciampi procedurali. Investire in interoperabilità delle banche dati, in precompilazione e in notifiche automatiche personalizzate non è un lusso tecnologico: è buona amministrazione e, in ultima analisi, equità sostanziale.

Politica familiare e orizzonte europeo

Il punto vero è politico. L’assegno unico è stato un passo importante verso una politica familiare organica, avvicinando l’Italia agli standard europei di sostegno diretto alla genitorialità. Ma il confronto con altri Paesi dell’Unione mostra che i trasferimenti monetari, da soli, non bastano. Servono servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, congedi parentali realmente paritari, incentivi fiscali coerenti con l’occupazione femminile. La maggiorazione per il secondo percettore di reddito va nella direzione giusta: riconosce che la natalità si sostiene anche favorendo il lavoro delle donne. Ma l’entità degli importi, specie dopo un adeguamento limitato all’1,4%, non può cambiare da sola le scelte di vita di una generazione precaria. Un riformismo europeo e progressista dovrebbe integrare l’assegno unico in una strategia più ampia: stabilità lavorativa, politiche abitative, investimenti in istruzione e welfare territoriale. In un contesto geopolitico segnato da invecchiamento demografico e competizione globale, la questione delle nascite non è solo sociale: è economica e strategica. L’adeguamento 2026 garantisce continuità e tutela il potere d’acquisto. Bene così. Ma se vogliamo che l’assegno unico sia davvero una politica di futuro, occorre superare la logica dell’aggiornamento minimo e aprire una stagione di rafforzamento strutturale, compatibile con i conti pubblici ma ambiziosa negli obiettivi. La natalità non si sostiene con gli spiccioli dell’inflazione: si sostiene con una visione di Paese.

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