
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra atmosfere intime, richiami al passato e qualche scelta più audace. Sul palco si alternano racconti dolorosi, citazioni importanti e tentativi di rinnovamento che non sempre centrano l’obiettivo. Ecco i voti e le valutazioni dei protagonisti.
Ermal Meta – Voto 6,5
Il brano di Ermal Meta affronta una storia drammatica, quella di una bambina vittima della guerra a Gaza. La narrazione sceglie la via della poesia e della delicatezza, evitando volutamente l’effetto da pugno nello stomaco. Una scelta coerente con il suo stile, che rappresenta al tempo stesso un punto di forza e un limite: l’intensità c’è, ma i contorni restano volutamente sfumati, lasciando l’ascoltatore sospeso più che colpito.
Elettra Lamborghini – Voto 4,5
Il riferimento diretto a Raffaella Carrà è ambizioso. Il problema è che certi paragoni rischiano di diventare ingombranti. L’omaggio, esplicito nel testo e nell’impianto musicale, mette inevitabilmente in evidenza la distanza artistica. Carrà era un’altra dimensione, nel canto e nella presenza scenica. L’intenzione è chiara, ma il confronto finisce per penalizzare la performance.
Tommaso Paradiso – Voto 7
Tommaso Paradiso resta nel territorio che conosce meglio: malinconia dal sapore anni ’80, atmosfere morbide e introspezione sentimentale. Chiude gli occhi, canta con misura e si affida anche alla dolcezza della neopaternità per smussare gli angoli dei ricordi. Nessuna rivoluzione, ma una coerenza stilistica che funziona e trova il suo pubblico.
Enrico Nigiotti – Voto 6,5
Una canzone senza ritornello a Sanremo? Si può fare. Enrico Nigiotti costruisce un brano intenso sul tempo che passa e sulle cadute della vita. La struttura è meno tradizionale, più narrativa, quasi cinematografica. Non punta all’esplosione radiofonica ma a un ascolto più profondo: sembra fatta su misura per diventare colonna sonora.
LDA e AKA 7even – Voto 5
Un viaggio musicale che parte idealmente da Napoli e si ritrova immerso nei ritmi latin. LDA e AKA 7even scelgono una contaminazione calda e ballabile, ma l’idea non si traduce in una vera crescita del brano. L’energia non manca, il divertimento è evidente, ma la canzone fatica a trovare una direzione precisa e a lasciare un segno.
Patty Pravo – Voto 5
Ogni edizione del Festival sembra voler celebrare un’icona della musica italiana. Quest’anno tocca a Patty Pravo, ma il brano non è all’altezza della sua storia artistica. La canzone scivola nella retorica e non valorizza appieno una voce che resta inconfondibile. L’aura c’è, il pezzo meno.
Gianluca Gazzoli – Voto 6
Look da grande evento, presenza corretta e conduzione senza particolari guizzi. Gianluca Gazzoli svolge il compito con ordine, senza errori evidenti ma anche senza momenti memorabili. L’emozione legata al ricordo della madre scomparsa di recente aggiunge un elemento personale che tocca il pubblico, più sul piano umano che su quello strettamente televisivo.
Nayt – Voto 7
Per molti è stata una scoperta inattesa. Sui social si moltiplicano i commenti di chi ammette di non conoscerlo e di averlo apprezzato proprio per la qualità della scrittura. Nayt porta un brano che non strizza l’occhio al tormentone facile e non cerca scorciatoie radiofoniche. In un Festival dove spesso si punta al ritornello immediato, la sua scelta di restare fedele a un’identità più autoriale viene premiata.
J-Ax – Voto 5
Atmosfere da America rurale, tra suggestioni hillbilly e immagini da sagra di provincia, applicate ai piccoli vizi italiani. J-Ax costruisce un brano che gioca con gli stereotipi, ma l’effetto sorpresa dura poco. Al secondo ascolto perde brillantezza e l’operazione appare più costruita che davvero incisiva.
Chiello – Voto 6
C’è un’anima rock evidente, con chitarre distorte che richiamano il garage newyorkese degli anni Zero. Chiello sceglie una performance volutamente disinvolta, quasi svogliata, più adatta a un club che al palco dell’Ariston. La coerenza stilistica è chiara, ma in un contesto così istituzionale l’impatto si attenua.
Bambole di pezza – Voto 6
Attitudine marcata, chitarre in primo piano e un’estetica rock chic quasi in bianco e nero. Le Bambole di pezza mostrano carattere, ma la ballad proposta contiene una componente pop più marcata del previsto. Graffiano nell’immagine più che nella sostanza del brano.
Levante – Voto 6
L’interpretazione di Levante è intensa, sostenuta da uno sguardo che amplifica l’emotività del testo. La canzone, però, presenta passaggi meno fluidi che rendono la costruzione meno immediata. Il risultato è dignitoso, ma non completamente risolto.
Carlo Conti – Voto 5,5
La conduzione procede senza scosse. Carlo Conti mantiene il Festival su binari ordinati e rassicuranti, ma manca la scintilla capace di rompere la linearità. Nessun vero fuoriprogramma, nessun guizzo memorabile: tutto scorre con eccessiva tranquillità.
Laura Pausini – Voto 6
Figura da sempre capace di dividere, Laura Pausini questa volta appare meno polarizzante del solito. Di norma suscita amori viscerali o critiche altrettanto forti, ma l’ospitata si muove su toni controllati. Un’apparizione efficace ma sorprendentemente priva di scosse emotive.
Lillo – Voto 5
La presenza è massiccia e l’effetto rischia la saturazione. Lillo punta sugli stereotipi del manuale del perfetto conduttore, ma il meccanismo appare prevedibile. Qualche battuta funziona fuori contesto, meno sul palco, dove l’ironia fatica a trovare ritmo.
Pilar Fogliati – Voto 5
La trasformazione continua tra registro popolare e tono aristocratico è un marchio di fabbrica di Pilar Fogliati. Il gioco funziona per una parte del pubblico, ma riproposto senza variazioni rischia di apparire reiterato. L’effetto sorpresa si affievolisce.
Vincenzo De Lucia – Voto 4
Dopo la prima serata, l’imitazione di Laura Pausini torna anche nella seconda. Vincenzo De Lucia insiste sulla stessa proposta senza aggiungere elementi nuovi. La ripetizione indebolisce l’efficacia e lascia la sensazione di un’occasione mancata.


