
Irina Shayk co-conduttrice a Sanremo 2026. La notizia ha acceso immediatamente il dibattito sui social: «Ma come, parla in inglese?», si legge tra i commenti più ricorrenti. E al di là della polemica superficiale sulla lingua, la questione è più profonda e riguarda una scelta che lascia perplessi.
Perché il Festival della canzone italiana, trasmesso dal servizio pubblico, dovrebbe valorizzare identità, cultura e lingua nazionale. Non è una questione di chiusura o provincialismo, ma di coerenza. Se il palco dell’Ariston diventa una passerella internazionale slegata dal contesto, il rischio è svuotare l’evento del suo significato.
Una scelta che appare più estetica che culturale
Carlo Conti e la Rai puntano su un nome internazionale, indiscutibilmente iconico nel mondo della moda. Ma qual è il valore aggiunto? La conduzione non è una sfilata, è un ruolo che richiede padronanza del linguaggio, ritmo televisivo, capacità di interazione.
Se la scelta si basa esclusivamente sull’immagine, allora il messaggio che passa è chiaro: conta l’effetto scenico, non il contenuto. E in un contesto come Sanremo, che ogni anno rivendica centralità culturale e peso mediatico, questa impostazione suona come una scorciatoia.
L’uscita “neutrale” sulla Russia che fa discutere: “Non parlo di politica”, peccato che sia guerra…
A rendere il quadro ancora più controverso è stata la dichiarazione della stessa Shayk, che ha rivendicato con orgoglio le proprie origini russe affermando di “non voler entrare in questioni politiche”.
Un’affermazione che, in tempi di conflitti e tensioni internazionali, appare quantomeno comoda. Dire “sono orgogliosa di essere russa ma non parlo di politica” è una posizione che evita il rischio, ma anche la responsabilità. Nessuno pretende dichiarazioni militanti, ma la neutralità ostentata in certi momenti può sembrare un modo elegante per non esporsi. Anche perché, cara Irina, parliamo di una guerra d’invasione, non è parlare di “politica”.
E qui si apre un tema più ampio: il servizio pubblico può ignorare completamente il contesto geopolitico nel quale si inseriscono certe scelte? È davvero neutrale invitare una figura così mediatica senza chiedere una parola di chiarezza, almeno sul piano dei valori?
La bellezza non può essere un lasciapassare
Il punto non è la nazionalità, né tantomeno una critica personale. Il punto è la coerenza. Se un personaggio pubblico sceglie di non entrare “in questioni politiche”, è una sua legittima decisione. Ma il servizio pubblico deve decidere se questa neutralità sia compatibile con il ruolo simbolico di un palco come quello di Sanremo.
Perché altrimenti il messaggio implicito diventa questo: va tutto bene, purché si sia abbastanza celebri, abbastanza glamour, abbastanza belli. E no, la bellezza non può essere un lasciapassare per evitare le domande scomode. Soprattutto quando si parla di un evento che ogni anno rivendica di rappresentare l’Italia davanti al mondo.


