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Usa-Iran, negoziati sul nucleare in stallo: Teheran accusa Washington di richieste eccessive

Pubblicato: 27/02/2026 09:46

Si incrina l’ottimismo delle ultime settimane e torna la tensione tra Stati Uniti e Iran sul dossier più delicato, quello del nucleare. Dopo il terzo round di colloqui a Ginevra, mediati dall’Oman, le delegazioni si sono lasciate senza un’intesa e con dichiarazioni che segnalano un evidente irrigidimento delle posizioni. Da Teheran arriva un messaggio chiaro: per arrivare a un accordo, Washington dovrà rinunciare a quelle che vengono definite “richieste eccessive”. Un avvertimento che fotografa uno stallo politico prima ancora che tecnico.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, al termine degli incontri, ha parlato di negoziati intensi ma ha anche sottolineato, in una telefonata con l’omologo egiziano Badr Abdelatty, che il successo del percorso diplomatico richiede “serietà e realismo” da parte americana, evitando errori di calcolo. Parole misurate, ma che lasciano intendere una distanza ancora significativa tra le parti.
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Le richieste americane e la reazione di Teheran

Secondo quanto riportato dai media statunitensi, la delegazione americana si sarebbe presentata a Ginevra con richieste molto precise: smantellamento dei principali impianti del programma nucleare iraniano e fine permanente dell’arricchimento dell’uranio. Una linea dura che, sempre secondo fonti americane, avrebbe generato delusione tra gli inviati Usa, dopo che nei giorni precedenti si era parlato di un possibile accordo “a portata di mano”.

Teheran, dal canto suo, non sembra disposta a cedere su quello che considera un diritto sovrano. Araghchi ha definito l’ultimo ciclo di colloqui “il più intenso” mai svolto finora, parlando su X di ulteriori progressi nel dialogo con Washington. Ma l’intensità non coincide con l’intesa. L’impressione è che le parti stiano testando i limiti reciproci, senza voler apparire come il soggetto che fa il primo passo indietro.

Intelligence e dichiarazioni di Trump

Nel frattempo, sul fronte politico interno americano, si apre un’altra crepa. L’affermazione del presidente Donald Trump, secondo cui l’Iran sarebbe vicino a dotarsi di un missile capace di colpire gli Stati Uniti, non troverebbe conferma nei rapporti dell’intelligence Usa. Secondo fonti citate dai media americani, una valutazione non classificata del 2025 della Defense Intelligence Agency indicherebbe che Teheran potrebbe impiegare fino al 2035 per sviluppare un missile balistico intercontinentale militarmente valido.

Una divergenza che complica ulteriormente il quadro politico. Se la minaccia viene percepita come imminente, cresce la pressione per un intervento; se invece i tempi sono più lunghi, lo spazio per la diplomazia resta aperto. In questo contesto si inseriscono anche le parole del vicepresidente J.D. Vance, che ha escluso “qualsiasi possibilità” di un coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra lunga anni in Medio Oriente. Pur non anticipando le mosse di Trump, Vance ha indicato come preferibile l’opzione diplomatica, pur lasciando intendere che tutto dipenderà dalle scelte iraniane.

Lo stallo di Ginevra, dunque, non è soltanto tecnico ma profondamente politico. Da una parte le richieste americane di smantellamento strutturale del programma nucleare; dall’altra la volontà iraniana di non apparire sotto dettatura. Nel mezzo, la mediazione dell’Oman e una comunità internazionale che osserva con crescente preoccupazione. Il negoziato resta aperto, ma la distanza tra le posizioni è ancora ampia e il rischio di una nuova escalation non può essere escluso.

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