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Paolo Crepet, bordate contro Sanremo e Sal Da Vinci: viene giù tutto

Pubblicato: 04/03/2026 10:35
Paolo Crepet in un frame dell'intervista: critiche a Sanremo

Paolo Crepet non usa mezze misure: alla vigilia dell’uscita del suo nuovo libro Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà, lo psichiatra torna al centro del dibattito con una critica frontale ai grandi riti collettivi italiani.
Nel mirino finisce anche il Festival di Sanremo, citato come simbolo di una “mediocrità” diffusa. Un attacco che, proprio perché diretto e senza filtri, sta riaccendendo discussioni tra cultura pop, televisione e idea di talento.

Un Crepet senza filtri: “chi viene a sentirmi sa che lo irriterò”

Intervistato dal Corriere della Sera, Crepet mette subito le cose in chiaro: non cerca consenso e non punta a essere conciliatore. “Chi viene a sentirmi sa che lo irriterò”, spiega, rivendicando la volontà di “seminare sulla roccia”.
Il senso, nella sua impostazione, è quello di scuotere le certezze e smontare i conformismi: un approccio che divide, ma che rende le sue prese di posizione difficili da ignorare.

“A Sanremo non c’è più niente da dire”

La critica non è rivolta soltanto alla kermesse dell’Ariston, ma a ciò che per lui rappresenta. “Basta guardare la mediocrità di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire”, afferma Crepet.
Al centro della sua lettura c’è l’idea che l’arte, senza passare dalla sofferenza, perda profondità e capacità di scoperta: resta la superficie, con tutto ciò che questo comporta sul piano culturale e generazionale.

Immagine legata alle dichiarazioni di Paolo Crepet su Sanremo

Il bersaglio è la cultura “senza sofferenza”

Crepet descrive una società che rifiuta dolore e frustrazione e che finisce per produrre “replicanti”: artisti standardizzati, percepiti come perfetti ma senza anima. Per lui il talento nasce dal conflitto, dal rischio, dall’imperfezione.

In questa logica, Sanremo diventa un indicatore: non solo uno show, ma uno specchio di un’epoca che tende a evitare gli spigoli, preferendo una comfort zone costante.

La stoccata alla modernità digitale e al modello che chiamiamo innovazione

La riflessione si allarga poi al digitale. Crepet ricorda che dieci anni fa metteva in guardia dai pericoli della tecnologia e veniva etichettato come “boomer”. Oggi, osserva, anche figure di primo piano iniziano a esprimere dubbi sull’intelligenza artificiale e sul sistema che stiamo costruendo.

Parla di una realtà “distopica” e porta un esempio concreto: un rider che pedala chilometri per consegnare una pizza mediocre, emblema di un modello che presentiamo come rivoluzione ma che, nella sostanza, ripropone vecchie dinamiche di sfruttamento.

Da Chaplin ai “meccanismi” di oggi

Non a caso cita Tempi moderni di Charlie Chaplin, richiamando l’immagine dell’operaio alla catena di montaggio. Cambiano gli strumenti, sostiene, ma non necessariamente la logica che li governa.

È un passaggio che lega cultura pop e critica sociale: un modo per dire che il progresso, se non interrogato, rischia di trasformarsi in un automatismo.

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“Abbiamo tolto ai giovani la frustrazione”

Un altro punto centrale è la frustrazione come motore del talento. Secondo Crepet, la società contemporanea avrebbe sottratto ai giovani proprio quel passaggio che definisce “benzina dei neuroni”.

In questa prospettiva, la ricerca ossessiva dell’ordine e l’assenza di conflitto avrebbero prodotto una generazione più fragile e disorientata. E Sanremo, ancora una volta, tornerebbe come simbolo di un’epoca che preferisce la sicurezza alla vertigine.

Paolo Crepet e le sue critiche: confronto tra musica di ieri e oggi

I paragoni che fanno discutere: Lou Reed, Led Zeppelin e Sal Da Vinci

Crepet entra poi nel merito musicale con immagini e paragoni destinati a fare rumore. Vorrebbe giovani “che fanno l’amore sui divani ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven”, evocando un’estasi che definisce sovraumana.

Poi l’affondo: “Dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di Lou Reed”. E ancora: “Vorrei che all’Ariston qualcuno cantasse Perfect Day, ma Lou Reed è morto e il talento non si compra al supermercato”.

Il riferimento diretto a Sal Da Vinci

Nel finale arriva anche un passaggio che chiama in causa un nome preciso: Sal Da Vinci. “Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Sal Da Vinci, con tutto il rispetto”, afferma.

È una frase che sintetizza la sua distanza tra ciò che considera grandezza artistica e una produzione contemporanea più popolare: un confine che, nel dibattito pubblico, tende sempre a essere discusso e rimesso in gioco.

Il talento come viaggio e rischio

Per Crepet il talento nasce dal viaggio, inteso come fatica, esposizione al fallimento, possibilità di “frantumarsi”. Senza quell’odissea personale, sostiene, non c’è mito e non c’è grandezza.

Porta l’esempio di Federica Brignone, capace di conquistare l’oro dopo un percorso segnato da difficoltà psicologiche e fisiche: per lui è l’azzardo a separare chi entra nella leggenda da chi resta nella media.

Sanremo come simbolo: una critica che va oltre la musica

Le sue parole, come spesso accade, dividono. Ma il messaggio resta coerente: senza conflitto, senza imperfezione e senza il coraggio di esporsi, la cultura rischia di trasformarsi in un esercizio di conformismo.

E così, nella lettura di Crepet, anche il palco dell’Ariston finisce per diventare più di un evento televisivo: il segnale di una trasformazione più ampia, tra immaginario collettivo, modelli culturali e idea stessa di talento.

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