
A sinistra doveva essere il giorno dell’unità. Le comunicazioni della premier in Parlamento su Iran e Consiglio europeo avrebbero dovuto offrire al centrosinistra l’occasione per presentarsi compatto sulla politica estera. Invece il risultato è stato l’opposto: un mosaico di posizioni che ha trasformato la discussione sulle risoluzioni parlamentari in un nuovo terreno di divisione tra le opposizioni. L’immagine che esce dal Parlamento è quella di un’alleanza ancora fragile, con strategie diverse e una competizione sotterranea che riguarda la futura leadership del campo progressista.
Al centro della scena c’è Giuseppe Conte, che fino all’ultimo ha tentato di evitare la frattura. Il leader del Movimento 5 Stelle ha lanciato un appello dal Senato per superare le divergenze in politica estera: “Basta divisioni”. Un invito che però non è bastato a ricomporre le differenze. Lo stesso Conte ha ammesso che “questa volta non si è chiuso il cerchio”, pur assicurando che per il M5S lo sforzo di costruire un fronte comune continuerà.
Il mosaico delle opposizioni
Il risultato finale è una fotografia di opposizioni frammentate. L’unica vera convergenza si registra tra M5S e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno deciso di sostenere reciprocamente le rispettive risoluzioni. Più complessa invece la posizione del resto dell’area riformista.
Al Senato, Azione e Italia Viva hanno elaborato una risoluzione comune, sostenuta anche dal senatore del Pd Pier Ferdinando Casini. Alla Camera, lo stesso documento è stato firmato anche dalla deputata democratica Marianna Madia e condiviso da +Europa. Proprio Madia ha rappresentato una delle voci più dialoganti con la maggioranza, sostenendo che l’apertura della premier alle opposizioni sulla politica estera, seppur tardiva, andrebbe verificata con attenzione.
Una posizione che ha alimentato indiscrezioni e malumori dentro il Partito Democratico, dove da tempo circolano voci di tensioni interne e di possibili spostamenti nell’area centrista.
Il nodo leadership
La segretaria del Pd Elly Schlein ha provato a ridimensionare il caso, ricordando che sulle questioni legate al Consiglio europeo non c’è mai stata in passato una mozione unitaria dell’opposizione. Tuttavia l’immagine complessiva resta quella di una coalizione che fatica a trovare una linea comune, soprattutto sui dossier più sensibili.
Su un punto, in realtà, una convergenza parziale esiste: la posizione sull’Iran, dove le opposizioni hanno mostrato un orientamento simile. Le differenze riemergono invece sul dossier Ucraina, dove le sensibilità restano molto diverse.
Dietro queste divergenze molti osservatori intravedono una competizione più profonda: quella per la guida del futuro campo largo. Il riferimento è anche al prossimo referendum, il cui esito potrebbe incidere sugli equilibri interni alla coalizione. Schlein si è detta più volte disponibile a primarie di coalizione, ma il passaggio referendario viene considerato uno snodo decisivo.
Nel dibattito si inserisce anche Matteo Renzi, che ha ricordato come le primarie rappresentino “una occasione bellissima”. Intanto tra i possibili protagonisti del futuro assetto politico circolano vari nomi, dal leader M5S Conte fino alla sindaca di Genova Ilaria Salis, spesso indicata come possibile figura di riferimento del campo progressista.
Il peso della legge elettorale
A complicare ulteriormente lo scenario c’è la legge elettorale. La discussione entrerà nel vivo dopo Pasqua, ma una delle regole previste potrebbe accelerare le decisioni interne al centrosinistra: al momento della presentazione dei simboli sarà necessario indicare un candidato premier.
Un passaggio che rende inevitabile affrontare il nodo della leadership. Per questo, dietro le divisioni sulle risoluzioni parlamentari, molti leggono già l’avvio di una partita più ampia. I posizionamenti sono appena iniziati, ma la competizione per guidare il centrosinistra appare ormai aperta.


