
Voterò sì al referendum sulla giustizia. Lo farò senza esitazioni. Ma non per le ragioni che dominano il dibattito politico italiano. Non perché questa riforma rappresenti la svolta definitiva del nostro sistema giudiziario e nemmeno perché risolva il nodo principale della giustizia italiana. Voterò sì per un motivo più semplice: perché almeno riapre una discussione che in Italia è stata a lungo proibita. La discussione sul ruolo del pubblico ministero e sulla sua collocazione nel sistema democratico. E soprattutto su una domanda che da noi sembra sacrilega: perché mai la pubblica accusa dovrebbe essere completamente sottratta a qualsiasi forma di responsabilità politica?
In Italia si è consolidata negli anni una narrazione molto precisa. L’autonomia totale del pubblico ministero viene raccontata come il vertice della democrazia liberale, mentre ogni rapporto tra pm ed esecutivo viene descritto come un passo verso la dittatura. È una rappresentazione potente, ma completamente capovolta rispetto alla realtà delle grandi democrazie occidentali. Basta guardare oltre i nostri confini per accorgersi che l’Italia non è il modello della democrazia liberale: è l’eccezione.
L’anomalia italiana
Nelle democrazie che gli italiani considerano più solide e mature, la pubblica accusa non è un potere sovrano separato dalla politica. In Francia il ministro della Giustizia definisce la politica penale generale e indirizza l’azione delle procure. In Germania le procure sono inserite in una struttura gerarchica che risponde ai ministri della Giustizia dei Länder. Nel Regno Unito l’accusa non è nemmeno parte della magistratura: è una funzione dello Stato collocata nell’area dell’esecutivo. Nessuno, in quei Paesi, considera questa architettura una minaccia alla libertà. Anzi, è ritenuta la forma normale con cui una democrazia decide come esercitare il proprio potere penale.
Questo accade per una ragione molto semplice. L’azione del pubblico ministero non è mai neutrale. Decidere su quali reati concentrare uomini e risorse, quali fenomeni criminali colpire con maggiore intensità, quali strumenti investigativi utilizzare con più frequenza significa stabilire delle priorità. E stabilire priorità è sempre un atto di politica penale. È una scelta che riguarda l’uso della forza dello Stato. Per questo, nelle democrazie liberali, questa funzione è inserita in un circuito di responsabilità democratica: qualcuno deve poter rispondere agli elettori delle scelte che orientano la repressione penale.
Accusare non è giudicare
Qui emerge il vero paradosso italiano. Da noi si considera naturale che questa funzione sia completamente sottratta a qualsiasi indirizzo politico. Il risultato è che la politica penale non viene definita da chi governa e risponde al voto dei cittadini, ma da un corpo di funzionari selezionati attraverso un concorso pubblico e completamente autonomi rispetto alla sfera democratica. Non una dittatura, ovviamente, ma certamente una struttura istituzionale in cui un potere enorme sulla vita pubblica non è collegato ad alcuna responsabilità politica.
Per capire quanto sia singolare questa impostazione basta guardare persino agli Stati Uniti. In molte giurisdizioni americane i procuratori sono eletti. Non è un modello perfetto — anzi, produce spesso eccessiva politicizzazione e campagne elettorali costruite sulla durezza penale — ma rivela una convinzione diffusa nelle democrazie occidentali: chi esercita il potere di accusare deve comunque rispondere, in qualche modo, a un circuito di legittimazione democratica. Non può essere un potere completamente autonomo.
La distinzione fondamentale, che nel dibattito italiano viene spesso ignorata, è un’altra. In una democrazia liberale il giudice deve essere indipendente. Sempre. Senza alcuna interferenza politica. Ma accusare e giudicare non sono la stessa cosa. Il giudice decide sui diritti e sulle libertà delle persone e per questo deve essere protetto da qualsiasi pressione. Il pubblico ministero, invece, esercita una funzione di politica pubblica: stabilisce dove e come lo Stato utilizza la sua forza repressiva.
Per questo in quasi tutte le democrazie occidentali l’accusa penale è collegata — in forme diverse — a un indirizzo politico. Più diretto in alcuni sistemi, più indiretto in altri. Ma sempre inserito dentro una responsabilità democratica.
Il vero provincialismo del dibattito italiano sta proprio qui. Si continua a raccontare che ogni collegamento tra pm ed esecutivo sarebbe una deriva autoritaria, mentre le più antiche democrazie liberali d’Europa funzionano esattamente in questo modo. È una narrazione comoda, ma è anche una gigantesca mistificazione.
Per questo voterò sì. Ma non perché questa riforma rappresenti la soluzione del problema. Voterò sì perché almeno incrina un tabù. Il tabù secondo cui la democrazia consisterebbe nel lasciare la pubblica accusa completamente fuori da qualsiasi controllo democratico.
Il punto non è mettere i pm agli ordini della politica. Il punto è ricordare che in una democrazia liberale nessun potere pubblico dovrebbe esistere senza responsabilità verso la politica e verso i cittadini. E se Francia, Germania e Regno Unito riescono a garantire libertà e stato di diritto con procure collegate all’esecutivo, forse l’anomalia non è il loro sistema.
Forse, semplicemente, è il nostro.


