
Nel 2026 entrano in vigore due regimi fiscali agevolati per i lavoratori dipendenti privati: aliquota al 5% sugli aumenti da rinnovi contrattuali e al 15% su indennità di lavoro notturno, festivo e a turni. La Circolare n. 2/E del 24 febbraio 2026 dell’Agenzia delle Entrate chiarisce requisiti, limiti e modalità applicative. Un intervento mirato che punta a sostenere il potere d’acquisto senza stravolgere l’impianto dell’IRPEF.
Aumenti contrattuali al 5%: chi può beneficiarne e su quali voci
La prima misura riguarda gli incrementi retributivi corrisposti nel 2026 in attuazione di rinnovi dei contratti collettivi sottoscritti tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2026. Su queste somme si applica un’imposta sostitutiva del 5% in luogo dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali. La platea è circoscritta: possono accedere i lavoratori dipendenti del settore privato che nel 2025 abbiano percepito un reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro. Nel calcolo rientrano tutti i redditi da lavoro dipendente dell’anno, anche se derivanti da più rapporti. Un aspetto tecnico rilevante è il criterio temporale: conta l’erogazione nel 2026, secondo il principio di cassa (con applicazione della cosiddetta “cassa allargata” per le somme pagate entro il 12 gennaio 2027). Questo significa che anche aumenti pattuiti in anni precedenti possono beneficiare dell’aliquota ridotta se liquidati nel 2026. Non tutte le voci della busta paga rientrano nell’agevolazione. La tassazione al 5% si applica agli incrementi che confluiscono nella retribuzione ordinaria – comprese tredicesima e quattordicesima – ma restano esclusi scatti di anzianità, compensi per straordinari, una tantum per vacanza contrattuale e TFR. La ratio è chiara: premiare gli aumenti strutturali derivanti dal rinnovo del contratto collettivo, non ogni componente accessoria. Dal punto di vista della finanza pubblica, si tratta di una misura selettiva: non modifica l’architettura dell’imposta personale, ma interviene su una porzione delimitata di reddito, con un impatto redistributivo concentrato sui redditi medio-bassi del settore privato.
Notti, festivi e turni: imposta al 15% fino a 1.500 euro
La seconda leva fiscale riguarda la parte più “gravosa” della retribuzione accessoria: maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, festivo, nei giorni di riposo settimanale e per turnazione. Per il solo periodo d’imposta 2026, tali somme possono essere assoggettate a un’imposta sostitutiva del 15%, entro un limite annuo di 1.500 euro lordi. La soglia reddituale è più ampia rispetto alla prima misura: possono accedere i lavoratori dipendenti privati con reddito 2025 fino a 40.000 euro. Rientrano nell’agevolazione le maggiorazioni per lavoro notturno – come definito dal d.lgs. 66/2003 e dai contratti collettivi – i compensi per lavoro nei giorni festivi o di riposo settimanale, le indennità di turno e, in alcuni casi, quelle di reperibilità se strettamente connesse a tali prestazioni. Il tetto di 1.500 euro funziona come franchigia: l’aliquota del 15% si applica fino a quel limite; la parte eccedente torna a essere tassata secondo le regole ordinarie IRPEF. Restano esclusi gli straordinari “puri” svolti in orario diurno e feriale, così come le somme che, pur denominate indennità, sostituiscono la retribuzione ordinaria. Un capitolo a parte riguarda turismo e somministrazione: per questi comparti è previsto un diverso trattamento integrativo speciale, alternativo alla tassazione sostitutiva del 15%. Il legislatore ha quindi scelto strumenti differenziati per settori caratterizzati da forte stagionalità. Nel complesso, la misura riconosce il maggiore carico personale e sociale del lavoro svolto in orari disagiati, alleggerendo il prelievo su componenti che spesso risultano penalizzate dalla progressività dell’imposta.
Automatismi, rinuncia e impatto reale in busta paga
Entrambe le agevolazioni operano in via automatica tramite il sostituto d’imposta. Il lavoratore non deve presentare domanda, ma può rinunciare per iscritto qualora ritenga più conveniente la tassazione ordinaria, ad esempio per preservare la capienza necessaria a sfruttare detrazioni fiscali. Nei casi di cambio datore di lavoro nel 2025, è necessario attestare il reddito percepito nell’anno precedente, tramite Certificazione Unica o dichiarazione sostitutiva. I lavoratori privi di sostituto d’imposta possono recuperare il beneficio in dichiarazione dei redditi. In termini concreti, l’effetto varia sensibilmente. L’aliquota al 5% sugli aumenti contrattuali può tradursi in qualche decina di euro netti mensili in più per chi ha già ricevuto tranche significative nel 2026; in altri casi l’impatto sarà più contenuto o distribuito nel tempo. Analogamente, la tassazione al 15% su notti e festivi produce un vantaggio limitato ai primi 1.500 euro di indennità.
Non siamo di fronte a una “flat tax generalizzata”, ma a un intervento mirato che alleggerisce il carico fiscale su specifiche voci. La scelta è coerente con un’impostazione riformista: sostenere il potere d’acquisto e incentivare i rinnovi contrattuali senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici né la progressività complessiva del sistema. La vera incognita sarà l’effetto di medio periodo. Se le misure contribuiranno a rendere più rapidi i rinnovi dei contratti collettivi e a valorizzare il lavoro su turni, potranno rappresentare un tassello di una strategia più ampia di modernizzazione del mercato del lavoro. In caso contrario, resteranno un alleggerimento puntuale, utile ma limitato.


