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Buttafuoco e l’equivoco dei dissidenti: quando il relativismo confonde libertà e oppressione

Pubblicato: 14/03/2026 08:14

L’idea di dedicare uno spazio della Biennale di Venezia ai dissidenti può sembrare, a prima vista, una provocazione intelligente. Un modo per ricordare che l’arte non è mai neutrale e che spesso nasce proprio dallo scontro tra l’individuo e il potere. Ma la proposta avanzata da Pietrangelo Buttafuoco contiene un equivoco che rischia di trasformare quella provocazione in un paradosso: mettere sullo stesso piano i dissidenti delle dittature e i critici delle democrazie liberali.

Il problema non è l’idea di dare voce a chi contesta il potere. È, al contrario, un principio che appartiene alla migliore tradizione europea. Il punto è che non tutti i dissensi sono uguali. Non lo sono storicamente, non lo sono politicamente, e non lo sono nemmeno dal punto di vista umano. Il dissidente russo o cinese si muove dentro sistemi in cui il potere non riconosce davvero il diritto di opposizione. Non è una sfida retorica o intellettuale: spesso è una sfida personale che può significare carcere, persecuzione, esilio. In una democrazia, invece, la critica al potere è parte del sistema stesso. Non è una crepa dell’ordine politico: è uno dei suoi meccanismi fondamentali.

Questo non significa che le democrazie siano perfette. Nessuno lo pensa davvero. Gli Stati Uniti, Israele o l’Unione Europea sono attraversati da conflitti durissimi, da polemiche feroci, da tensioni culturali e politiche che spesso dividono profondamente le società. Ma la differenza decisiva è che queste tensioni avvengono dentro sistemi che riconoscono la libertà di parola, la pluralità delle opinioni e la possibilità di cambiare il potere attraverso il confronto pubblico. È proprio questa architettura che rende possibile il dissenso.

Mescolare questi due piani — il dissenso dentro le democrazie e la dissidenza nelle dittature — produce un effetto curioso. Nel tentativo di apparire equidistanti si finisce per cancellare la differenza essenziale tra chi critica un sistema e chi rischia la vita per opporsi a uno Stato che non tollera la libertà. È una simmetria che funziona bene come gesto simbolico, ma che sul piano politico diventa fragile. Perché non tutto è uguale.

Qui entra in gioco una distinzione che la filosofia politica del Novecento ha chiarito con grande precisione. Karl Popper parlava del cosiddetto paradosso della tolleranza: una società aperta non può essere illimitatamente tollerante verso chi vuole distruggere la tolleranza stessa. Se lo facesse, finirebbe per permettere agli intolleranti di cancellare la libertà di tutti. Non è un dettaglio teorico. È il principio che spiega perché le democrazie difendono la libertà, ma non sono obbligate a considerare equivalenti tutte le posizioni.

Per capirlo basta un esempio molto concreto. Un nazista tedesco potrebbe tranquillamente definirsi un “dissidente” contro la democrazia della Germania. Dal suo punto di vista combatte un sistema che non riconosce la sua ideologia. Ma nessuno sano di mente lo metterebbe sullo stesso piano di un oppositore russo che sfida la dittatura di Putin chiedendo elezioni libere e libertà di parola. Nel primo caso siamo di fronte a chi vuole abbattere la democrazia; nel secondo a chi la rivendica.

Ecco perché la parola dissidente non può diventare un’etichetta neutra applicabile a chiunque contesti il potere. Conta il contesto. Conta la natura del sistema politico. Conta soprattutto la direzione della lotta: se è contro la libertà o per la libertà.

La cultura europea conosce bene questa distinzione. Durante la Guerra fredda il dissidente era chi si opponeva a sistemi che negavano le libertà fondamentali. Era la parola usata per indicare scrittori, artisti, intellettuali perseguitati dai regimi del blocco sovietico. Non era una categoria sociologica. Era una definizione morale e politica.

Riprendere quella tradizione oggi può essere una scelta legittima. Ma proprio per questo richiede chiarezza. Se tutto diventa dissidenza, nulla lo è davvero. Se la critica al potere nelle democrazie viene assimilata alla resistenza nei sistemi autoritari, si produce una confusione che finisce per indebolire la stessa idea di libertà che si vorrebbe difendere.

Il punto, in fondo, è semplice. Le democrazie liberali sono imperfette, spesso contraddittorie, talvolta ipocrite. Ma sono sistemi nei quali la libertà resta il principio ordinatore. Le dittature, invece, sono sistemi nei quali la libertà è concessa solo quando non disturba il potere. Non riconoscere questa differenza significa trasformare la critica in un esercizio di relativismo.

E forse, in controluce, si intravede anche un vecchio riflesso culturale di una certa destra estrema. La tentazione di guardare con indulgenza ai regimi antioccidentali, quasi che l’opposizione all’Occidente basti di per sé a conferire una qualche aura di autenticità politica. Sono fascinazioni che si conoscono bene, e che attraversano da tempo una parte della cultura radicale — anche a destra. Leggasi, tra parentesi, il regime degli ayatollah.

La libertà, però, non è una sfumatura. È una linea di confine. E quando quella linea viene cancellata, quando un dissidente contro una dittatura e un nemico della democrazia vengono messi nello stesso contenitore simbolico, la provocazione culturale smette di essere brillante. Diventa semplicemente un errore di prospettiva.

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